A casa nostra comandiamo noi, proclama Oscar Lancini, sindaco di Adro, che si gode il suo quarto d’ora di popolarità, insistendo nel mantenere il simbolo del sole padano come marchio su banchi, porte, muri e vetri della scuola elementare del paesino. La ministro della Pubblica istruzione Maria Stella Gelmini, dopo il fiorire della polemiche, ha intimato, giustamente, di togliere quel simbolo. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che non si stanca di indicare l’unità nazionale come stella polare (lo ha appena fatto a Parigi, ricordando Cavour) ha naturalmente condiviso e sostenuto la richiesta. Lui, Lancini, uomo della Lega eletto con il 60% dei voti, non ci sta. E gongola, nel cuore del gioco dei conflitti: ma chi ce lo terrebbe mai, uno così, sulle pagine dei giornalie sugli schermi Tv? L’Italia sembra sempre più, purtroppo, un paese delle sparate sensazionali: ci si occupa di chi la dice più grossa. Ma vanità d’immagine e manovre politiche a parte, se la politica “politicante” trova spazio anche a scuola, i danni nel tempo possono essere gravi. Sui bambini. Sul futuro, cioè. I cattivi maestri della partigianeria e della propaganda non se ne rendono conto o fanno finta niente. Ma tocca ai responsabili delle istituzioni e all’opinione pubblica più responsabile, a destra e a sinistra, continuare a insistere perché il cattivo esempio di Adro non sia seguito. La scuola è luogo di integrazione, non di appartenenza di parte. Il suo compito è educare, insegnare, coltivare il gusto del sapere, fare scoprire la varietà del mondo (e dunque la sua bellezza), spiegare il senso delle differenze e delle convivenze. Costruire persone che hanno un’identità perchè sanno distinguere, perché sanno. Formare persone consapevoli. E cittadini responsabili. I simboli sono materia potente. Soprattutto se imposti all’immaginario in formazione dei bambini, segnano nel tempo, e spesso irreversibilmente, la loro vita. Per questo la scuola non sopporta altri simboli che non siano quelli in cui riconoscersi tutti, che uniscano, non che dividano. Il sole padano è simbolo di parte, per giunta di una parte politica che ha tra i suoi valori fondanti la separatezza, il contrasto Nord contro Sud, le polemiche contro “Roma ladrona” (Roma, la capitale d’Italia, cioè degli italiani, insomma di tutti noi), il peso di scelte che più volte, nel dibattito politico, hanno sconfinato nel razzismo. Quel sole sta bene nelle sedi di partito, non a scuola. Senza contare che, se ogni comune adottasse, sui simboli scolastici, quel che gli pare, finiremmo nell’infero della confusione e dell‘esclusione. Proprio il contrario del senso di comunità, di popolo, di paese, di nazione, che sono i valori veri che ci tengono insieme. Da italiani. E da europei in cerca di rafforzamento di identità complesse. Che la scuola di Adro non faccia scuola, insomma, è l’augurio che si può formulare. E che la scuola torni a essere, anche nel microcosmo di Adro, ben altro della propaganda
Archive for settembre, 2010
I cattivi maestri dei simboli politici a scuola
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Oggi, 29 settembre, canzone in memoria di Edmondo Berselli
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Formidabili, quegli anni, i Sessanta. Edmondo Berselli, Eddy, per i tanti che gli abbiamo voluto bene e abbiamo goduto del privilegio di frequentare un’intelligenza insieme ironica e affettuosa, coltissima e semplice, di testa e di cuore (rarissime, le persone così), Eddy, dunque, di quel decennio amava la stagione che si fermava alle soglie del ’68, prima dell‘esplosione di un movimento che avrebbe, tra le tante cose buone, prodotto anche gli “anni di piombo” e una cupa deriva dell‘ideologia e della politica. Perché? “I Sessanta – ha scritto – sono un decennio ‘seminale’, in cui sembra concentrarsi una creatività, un’energia sociale, ma anche intellettuale, culturale, comportamentale irripetibile. Un sentimento condiviso da tutti come una specie di destino a cui si è chiamati e che ciascuno interpreta alla propria maniera, festosa o arrabbiata, perché in ogni caso il mondo è giovane…”. Delle tante canzoni che connotano quel periodo, “29 settembre”, dell‘Equipe 84, è tra le più note e amate. Insieme a quelle di Battisti e Mina, Guccini e, perché no?, i Pooh. “Seduto in quel caffè, io non pensavo a te…”. E stasera, a Modena, in Largo di Porta Bologna, ribattezzata per l’occasione piazza 29 settembre, ci si ritroverà per ricordare e cantare, con la regia di Renzo Arbore e Shel Shapiro (che con i testi di Berselli aveva messo in scena qualche tempo fa “Sarà una bella società“, musical popolare e raffinato, scanzonato e appena un po’ nostalgico). Memoria Read More
In Sicilia cresce la voglia di fare impresa, una tendenza da sostenere
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Secondo un sondaggio dell‘Istituto Piepoli, di cui ha parlato nei giorni scorsi il @Corriere della Sera, i siciliani che si sentono in condizione di aprire una nuova azienda sono più numerosi che nel resto d’Italia. Sono addirittura uno su due. I sondaggi vanno, naturalmente, ben interpretati. Ma pur con tutti i pesi e contrappesi, i limiti e i freni da mettere a questa un po’ sorprendente lettura della realtà, un dato è certo: la dimensione del “mettersi in proprio” trova spazio anche al Sud. Da tempo, gli stessi dati statistici dicono di un crescente indice di natalità delle imprese, anche se rimane molto alto quello delle società che hanno vita breve. E’ un fenomeno interessante, che ha molte spiegazioni. C’è, sicuramente, la volontà di essere padroni del proprio destino, intraprendendo. E pesa pure il declino delle certezze legate al “posto fisso” soprattutto negli uffici pubblici. Per quanto continuino le dissennate politiche degli enti locali e della Regione a “regolarizzare” i precari (stravolgendo i bilanci), le nuiove generazioni di siciliani sanno bene che lo spazio per il loro lavoro da impiegati si è ristretto. Parecchi cercano altrove migliori ragioni di mestiere e di vita. Altri restano. E tentano l’impresa. Si tratta di micro-imprese, quasi sempre. Sottocapitalizzate. Prive di cultura moderna di gestione. Legate al terziario tradizionale e al tempo libero (bar, piccoli ristoranti, locali dove ascoltare musica, etc:), più che alla manifattura industriale. Ma comunque sono testimonianza di intraprendenza. Di una cultura protagonista e di confronto di mercato da nutrire, correggere, rafformare, con opportuni meccanismi culturali di professionalità e di merito. A favorire la voglia d’impresa c’è anche la popolarità di imprenditori (come Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia) che hanno schierato il mondo imprenditoriale, con nettezza, contro la mafia, costringendo la maggioranza degli imprenditori a prendere finalmente le distanze, dopo anni di connivenza e di complicità di molti di loro, dalla tendenza a fare comodi affari con i boss. E ci sono le sanzioni giudiziarie (gli arresti, le condanne, i seguestri e le confische di beni a imprenditori mafiosi, che lucrano anche sui contributi della Regione, come il boss Matteo Messina Denaro). Sono invece buon esempio, incoraggiamento, stimolo, i successi di imprenditori che in alcuni settori (il vino, l’olio, l’agroindustria, ma anche l’editoria e certe manifatture industriali di nicchia) trovano successo in Italia, nel mondo. Impresa è bello, dunque. Ma impresa vuol dire cultura, competenza, responsabilità, regole, tasse da pagare (nel Sud e in Sicilia, l’evasione fiscale è ancora altissima, così come lo è il “sommerso”), accettazione della selezione di mercato e del premio a chi sa fare meglio. Cosa servirebbe? Un incoraggiamento, a tanti volenterosi aspireanti imprenditori. Anche da parte della Regione. Sostenendo e premiando i bravi imprenditori e tagliando definitivamente ogni legame con i finti imprenditori che, complici della mafia, stravoltono mercato e convivenza civile
I sessant’anni di Radio3, un ottimo impegno per la cultura
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Radio3 fa sessant’anni, il primo ottobre. Un compleanno felice. Auguri, con la speranza di una vita ancora lunga, sempre nel segno della ricerca di qualità. Sono previsti, naturalmente, manifestazioni, mostre, trasmissioni in diretta, concerti e quattro radiodrammi, commissionati a giovani scrittori, Nicola Lagioia, Carlo D’Amicis, Giosuè Calaciura e Chiara Valerio. Festa di pubblico. E festa popolare, nel segno di una tradizione vitalissima, visto che fare cultura, appunto popolare, su Radio3, non ha mai significato né volgarità, né abbassamento di tono, ma sforzo per rendere comprensibili a un pubblico esigente temi di livello, di letteratura e musica, di storia e di flosofia, di arte e di informazione. Strumento, dunque, di formazione per un “discorso pubblico” basato su informazione e consapevolezza. Base di buona democrazia, come partecipazione responsabile.
Sui giornali (@La Stampa, @Il Sole24Ore) sono già usciti degli articoli di rievocazione. Altri, certo, se ne scriveranno. Spero che i lettori di questo blog e di “Cuore di cactus” su Facebook seguano l’anniversario con attenzione e divertimento intelligente.
E’ un mondo aperto, Radio3. Attento ai nuovi linguaggi e alla cultura tradizionale. Geloso della propria autonomia. Impegnato nella qualità delle cose da dire (la radio, diversamente dalla Tv, non consente tanti trucchi populisti, impone severità, comprensibilità e qualità del discorso). Sofisticato, se essere sofisticati è mostrare curiosità per quel che cambia, nelle culture delll’Italia e del mondo Read More
Brasile, sguardo al futuro: la Borsa di San Paolo sorpassa Wall Street
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La notizia non sta sulla prima pagina di nessuno dei quotidiani italiani, alle prese, giocoforza, con gli squallori della politica di cortile e con il riemergere di vecchi problemi (l’immondizia a Napoli, la scarsa sicurezza dell‘aereoporto di Palermo, la gravità della crisi economica), tranne che su quella de @Il Sole24Ore. Ma è una notizia clamorosa, in tempi di globalizzazione economica. Ed è questa: si è appena conclusa la più grande operazione di aumento di capitale del mondo, 70 miliardi di dollari per Petrobras, il gigante petrolifero del Brasile. E così la Bovespa (la Borsa di San Paolo) ha superato (scrive il @Corriere della Sera) sia Wall Street che Londra e resta dunque seconda solo a Hong Kong. E’ un aumento di capitale straordinario, pari a tre volte quello della grande banca cinese Agricoltural Bank, un record di poco tempo fa che aveva sottolineato ancora la potenza finanziaria di Pechino. E pone Petrobras in cima all’elenco delle più grandi aziende del mondo, subito dopo Exxon, ma ben prima di colossi come Microsoft e Apple. Con quei 70 miliardi Petrobras potrà sfruttare al meglio le ricerche e l’estrazione di petrolio nei ricchi giacimenti al largo delle coste brasiliane. E diventare nell’arco di pochi anni il quinto produttore petrolifero del mondo, con tutte le conseguenze che è facile immaginare, non solo in termini economici, ma anche politici, negli equilibri internazionali.
Il cuore del’economia, dunque, batte sempre più lontano dalla vecchia Europa e dagli Usa. Nel Far East. E in America Latina. Per vedere un futuro che in parte è già realtà, insomma, bisogna saper guardare lontano. E trarne le conseguenze.
Il Brasile continua a crescere. Il suo Pil (il prodotto interno lordo) aumenterà nel 2010 del 7% circa. Ed è un aumento su cui riflettere, non solo per dimensioni, ma anche perché avviene in un paese di oramai consolidata democrazia. Non un capitalismo da “socialismo di comando” come in Cina. Ma un capitalismo da mercato aperto e ben regolato, in una cornice istituzionale democratica liberale (si andrà a votare, il 3 ottobre, per eleggere il nuovo presidente, al posto di Ignacio Lula da Silva, in una condizizone di normalissima politica di confronto).
Un capitalismo ricco di risorse. Il petrolio, naturalmente. Ma anche l’energia di natura agricola (il bio-diesel e l’alcol che alimenta le auto, l’industria della plastica, il combustibile industriale), l’energia idro-elettrica e l’energia atomica. Le grandi risorse minerarie. Un’agricoltura ricca e produttiva. Una struttura industriale da record (dall’auto ai pneumatici, in cui primeggiano imprese italiane come Fiat e Pirelli, dall’acciaio al tessile, dalla carta all’alimentare, etc.). E un insieme di servizi (finanza, telecomunicazioni, trasporti aerei) di grande livello. Brasile contemporaneo, che ha smesso di essere “un paese del futuro che non arriva mai” per guardare con fiducia ai successi di oggi e per consolidare lo sviluppo. L’inflazione sotto controllo, la moneta stabile e le ampie dotazioni di fondi pubblici sono pilastri di sicurezza. E le politiche sociali, impostate dal presidente Cardoso e rilanciate con straordinario successo da Lula, hanno ridotto la povertà e immesso nel circuito del consumo (dunque della libertà di scelta di vita) decine di milioni di persone.
Brasile ricco, dunque. Giovane. Democratico. Ambizioso, con lo sguardo al domani. Brasile da conoscere meglio, al di là degli stereotipi del Carnevale, della bossa nova e dello sport. Perché protagonista della scena mondiale. Che inciderà sulle nostre vite. Anche nella vecchia, stanca Europa che dovrà ben presto convincersi a parlare non solo in inglese, ma anche in portoghese
