Una lezione per tutta la Ue: la crescita del Pil tedesco del 2,2% nel secondo trimestre è sostenuta da un’industria manifatturiera di livello internazionale

La Germania corre esportando e investendo all’estero, dalla Cina al Brasile

Pubblicato 14-08-2010 da Antonio Calabrò in Taccuino

Torna alla ribalta la “locomotiva tedesca”, scrivono stamattina molti quotidiani. E via con i numeri sulla crescita del Pil (il Prodotto interno lordo) in Germania nel periodo aprile-giugno: il 2,2%, contro l’1% della media Ue. Ripresa più forte che altrove, dunque? Un trimestre non fa primavera, e dunque bisogna essere prudenti (abbiamo scritto a lungo, in questi giorni, sulla fragilità della ripresa e sulla necessità di guardare oltre i dati della congiuntura, analizzando invece cambiamenti e riforme di fondo delle economie sullo scenario globale, per un nuovo modo di consumare e produrre, più sostenibile, per l’ambiente e gli equilibri sociali). Ma, appunto, le caratteristiche della crescita tedesca forniscono alcune indicazioni utili per tutto il resto dellEuropa. Questa crescita è trainata dalle esportazioni e dagli investimenti all’estero. Dove? Proprio in quei paesi che mostrano un gran dinamismo di sviluppo. La Cina, innanzitutto. Ma anche il Brasile (un nuovo “gigante economico”, che nel 2010 potrebbe crescere del 7%, in condizioni di equilibrio dei conti pubblici e dell‘inflazione). La Russia. Il Sud Africa. L’India. Altre aree del Far East. L’industria tedesca è forte. Sa esportare merci competitive dove matura la nuova domanda di milioni di consumatori. E sa investire direttamente per produrre là dove si aprono mercati in espansione. Una strategia lungimirante. Che viene da lontano. La Germania, nel tempo, ha saputo rafforzare la sua capacità manifatturiera, il sistema delle sue industria, favorendone e sostenendone capacità di ricerca e innovazione, ammodernamento tecnologico, qualità. Ha usato la sua forza politica (i viaggi internazionali della Cancelliera Angela Merkel, il lavorìo intenso delle ambasciate, la rete del credito) per supportare e dare credibilità agli investimenti industriali all’estero. Ha speso risorse pubbliche per sostenere l’economia. Germania grande fabbrica, con lo stimolo delle politiche industriale e fiscale: ua sintesi vincente. E così ecco le mosse della Siemens in Cina e in Brasile (alta velocità ferroviaria, impianti per l’energia rinnovabile), della Bmw e della Volkwagen, etc. Scelte con solide radici (da moltissimi anni, per fare un solo esempio, la Volkswagen contende alla Fiat il primato dell‘industria dell‘auto in Brasile). E velocità nello sfruttare le nuove opportunità. Si esporta, appunto. E si lavora da produttore direttamente sui mercati in espansione. Per farlo, è necessario avere robuste presenze in madrepatria (la Germania ha sempre difeso il proprio primato manifatturiero in Europa, davanti all’Italia). E flessibilità internazionale. Industria forte, dunque, quella tedesca. Con un’intelligente gestione della propria competitività, lavorando sulla produttività, ma anche sulle riforme del mercato del lavoro, in termini di flessibilità del costo del lavoro stesso. I sindacati hanno partecipato all’operazione, accettando modifiche dei salari e degli orari in cambio di tutela dell‘occupazione. Il risultato è evidente, positivo: in Germania si può fare bene industria e questa capacità fa da volano per lo sviluppo interno e internazionale (una analisi interessante si può leggere stamane sulle pagine del @Corriere della Sera). E il resto d’Europa? L’Italia ha delle caratteristiche simili, per certi versi, alla Germania, a partire proprio dall’industria: siamo il secondo paese manifatturiere d’Europa, appunto dopo i tedeschi, grazie soprattutto alle imprese medie e medio-grandi da @Orgoglio industriale. A differenza della Germania, però, il sistema pubblico, la politica, i sindacati, sono meno attivi nel sostegno all’industria e alla sua espansione internazionale. E dunque, come chiede anche Confindustria, occorre fare di più e meglio. Un’ultima considerazione, ma di grande importanza (si veda l’analisi di oggi sulla prima pagina de @Il Foglio): la crescita tedesca e la politica economica della Merkel potrebbero introdurre tensioni politiche nell’area Ue, soprattutto tra Germania e Francia. E tutto ciò non sarebbe un bene, neanche per la stessa Germania, nel lungo periodo. Tocca alla Ue sapere dimostrare, finalmente, che la risposta alla crisi economica globale va pensata in modo coordinato e che almeno i paesi più forti e industrializzati (Germania, Francia, Italia), dietro la bandiera dell‘euro, devono saper fare politica estera economica comune. A vantaggio di tutti

L'autore: Antonio Calabrò

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Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, nato a Patti (Messina) nel 1950, vive e lavora a Milano e Roma. Attualmente è Direttore "Corporate Culture" del gruppo Pirelli e Direttore della Fondazione Pirelli. Precedentemente è stato Direttore Affari Istituzionali e Relazioni esterne di Pirelli & C., ha diretto l’agenzia di Stampa Apcom, è stato editorialista economico de “La7”, direttore editoriale del gruppo Il Sole 24 Ore e vice-direttore del quotidiano. Ha lavorato a La Repubblica, Il Mondo e L’Ora, ha diretto il settimanale Lettera Finanziaria e il mensile Ventiquattro. E' membro del Consiglio di Presidenza di Assolombarda, con la responsabilità per la Cultura d'impresa e la Sostenibilità. Fa parte del consiglio di amministrazione di Nomisma e dei board di numerose società e Fondazioni. Insegna all’Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano. Ha scritto e curato parecchi volumi, tra cui "Cuore di cactus", "Orgoglio industriale", "Intervista ai capitalisti", "Agnelli, una storia italiana" e "Dissensi - Sulle orme di Bartleby".