Archive for agosto, 2010

Un amuleto contro la morte peggiore, quella della dimenticanza

Posted 31 ago 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

“Siamo la memoria che abbiamo”, insegna José Saramago. E spiega: “Mi sono abituato a essere quello che la memoria ha fatto di me, e non sono del tutto scontento del risultato, nonostante i miei gesti non siano sempre stati i più meritevoli. Sono un animale terrestre come qualsiasi essere umano, con qualità e difetti, con errori e risultati ottenuti, lasciatemi rimanere così. Con la mia memoria, ciò che io sono”. Viviamo tempi grami, in cui la memoria è d’ingombro. Viviamo tempi irresponsabili, in cui ricordare è d’inciampo per le effimere felicità e i successi corrivi. Viviamo tempi mediocri, che mal sopportano chi sa e dunque può chiedere conto del passato, delle frasi dette, delle azioni compiute. E dunque proprio in questi tempi leggeri e privi di “leggerezza” (ricordate Calvino e le sue “Lezioni americane”?) il lavorare sulla memoria è non solo impegno personale, ma anche atto di responsabilità civile, collettiva. Una sorta di obbligo per l’avvenire della memoria.
“Amuleto”, si intitola il libro di Roberto Bolaño arrivato da poco in libreria per Adelphi, un testo del 1999 che rimemora la strage per mano militare degli studenti nella Città del Messico del 1968, una delle pagine più buie della recente storia dell’America Latina (che peraltro, con la violenza ha una drammatica dimestichezza, “perché la morte è il bastone dell’America Latina e l’America latina non può camminare senza il suo bastone”). Al centro c’è la figura di una donna, Auxilio Lacouture, che percorre le notti di artisti e poeti messicani, ascolta e ispira, suggerisce e testimonia, racconta di aver conosciuto “donne meravigliose, forti come montagne o come correnti marine” e raccoglie episodi degli amori di Che Guevara. Ed è proprio Auxilio che, chiusa per caso in un bagno dell’Università, assiste alla deportazione di studenti e professori e ne avverte l’eco del massacro. Testimone, dunque. E cantatrice. Il libro scorre così, tra esperienza e memoria. Tra voci personali e azione collettiva. E ci dice che della storia non si può essere disinteressate, disimpegnate comparse. Nella storia, non si è mai innocenti. La testimonianza, per chi sa, è un obbligo. L’ascolto, per chi ancora non sa, un dovere.
A ricordarcelo, serve anche questo “Amuleto”.
Che si conclude così, con visionaria ispirazione di libertà Read More

Pratt e l’isola dove ognuno trova il suo tesoro: la propria avventura, se stesso

Posted 30 ago 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

“Un giorno anche tu andrai a cercare la tua isola”, dice il padre al bambino, mettendogli in mano una copia de “L’isola del tesoro”, di Robert Louis Stevenson. Quel bambino è Hugo Pratt. Il padre, ufficiale italiano, sta partendo, colonna di soldati sconfitti, verso i campi di prigionia degli inglesi in Africa e non ne farà mai ritorno. Il libro, dunque, è molto più di un regalo. Passaggio di testimone, semmai. E simbolo d’eredità di libertà, dal prigioniero al viaggiatore di cui già si traccia, così, il destino. Il padre va a morire. Il bambino Hugo varca la sua prima linea d’ombra, traccia consistente, nel segno del dolore dell’addio, verso l’adultità. Ne vivrà, di avventure. E ne troverà, di isole, reali e immaginarie. Soprattutto, ne racconterà, attraverso disegni che parlano la lingua della poesia, a ognuno di noi affezionati lettori.
L’autunno dei ritorni porta ricominciamenti. E malinconie. Foglie cadute. E pensieri che, a dispetto di tutto, vogliono dire futuro. I libri, aiutano a vivere. E proprio d’autunno arriva in libreria un’edizione molto particolare dell’”Isola del tesoro”. Il racconto è, appunto, di Stevenson. Ma è riletto, reinterpretato, rinnovato, riscritto, fatto rivivere per mano di Hugo Pratt, che ne fa i disegni e di Mino Milani, che ne firma la sceneggiatura (e che straordinario scrittore è stato Milani, con quei suoi romanzi del West immaginato nella pianura novarese e rivisto attraverso gli occhi di Tommy River, cow boy solitario, coraggioso e malinconico, fratello ideale del marinaio Corto Maltese, “gentiluomo di ventura”). Read More

Il Cretto e la memoria di Gibellina, monumento da salvare

Posted 29 ago 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Ha bisogno di cure, la memoria. Dei suoi contenuti, perché non sbiadisca nel tempo, cancellando per sempre tutti i volti, tutti i nomi. E dei suoi simboli. A Gibellina, nella valle del Belice che si allunga tra le province di Trapani e di Palermo, un simbolo, il grande Cretto costruito da Alberto Burri, è malato. E ha bisogno urgente di restauri. Il cemento bianco della gigantesca opera d’arte (un centinaio di “isole” divise da camminamenti, un monumento di circa 300 metri per lato) è aggredito da microorganismi che lo intaccano, dall’acqua, dal vento, dalle erbe infestanti che crescono nelle fessure. Si sgretola. Si sbriciola. Perde colore. Invecchia. E vede sparire la sua forza.
Burri l’aveva costruito tra il 1985 e il 1989, coprendo di cemento le macerie di Gibellina distrutta dal terremoto del gennaio 1968 (231morti, quella notte, nel Belice, interi paesi rasi al suolo, disperazione e poi la diaspora di migliaia di persone, anche per colpa di una ricostruzione lenta, incompiuta, bloccata). Cretto, dunque: una struttura bianca, percorsa da strade strette incise come ferite, simulacro artistico di paese per custodire, al suo interno, il paese che non c’è più, e farlo rivivere, simbolicamente, nella memoria, con una scelta d’arte.
Gibellina nuova era stata costruita più a valle, e arricchita da opere d’arte, per l’intelligenza di un sindaco lungimirante, Ludovico Corrao, nuova vita che si salda alla vecchia, nuove forme, nuovi stimoli. Read More

I meridionali di stirpe normanna, i siciliani “gran lombardi”

Posted 28 ago 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Ciottoli lisci e tondi, conchiglie, scaglie di vetro lucidate e frammenti di rami d’albero sbiancati e levigati dal mare. Il prezioso tesoro raccolto per gioco sulla riva, quando s’era bambini, stava sul fondo del piccolo bagaglio di ritorno dalle vacanze, un po’ per illudersi di prolungare il tempo, un po’ per non dimenticare.
Memento.
Oggi, al posto di quei giocattoli di natura delle estati dell’infanzia, ci sono parole, ritagli di giornale, pagine di libro segnate a matita o con un piccolo ripiegamento, l’orecchio: spunti di emozione e di riflessione. Ognuno, con un incastro di frasi, può costruire un ponte tra vacanze e ritorno. Farne un taccuino. E andare avanti per un po’, prima di riprendere in pieno il ritmo del lavoro, dell’attualità.
Il taccuino, dunque. Parlando, oggi, di Sud. E di Sicilia
“Un napoletano di stirpe normanna (come Eduardo, La Capria, Troisi), tanto elegante, riservato e malinconico quanto sbracato, invadente e guascone può essere un vesuviano di ceppo spagnolo”, scrive sul Corriere della Sera Enzo D’Errico, tracciando un ritratto di Erri De Luca, scrittore essenziale per stare dentro il nostro tempo dolente, poetico, precario e, tutto sommato, anche un po’ speranzoso (leggere “Montedidio”, “Il giorno prima della felicità” e “Il peso della farfalla” fa bene al cuore).
Stirpe normanna, dunque. La definizione credo poco abbia a che fare con la discendenza reale. Indica semmai un’antropologia culturale, uno stile, un modo di essere. Normanno, come valenza positiva. Read More

La ‘ndrangheta e i suoi alleati alzano il tiro contro i magistrati

Posted 27 ago 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

La bomba contro la casa del Procuratore generale di Reggio Calabria Salvatore Di Landro è un gravissimo segnale: la ‘ndrangheta alza il tiro, in una sorta di strategia mafiosa intimidatrice e stragista che in questo paese abbiamo già conosciuto, ai tempi degli attentati contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, nella cupa Palermo dei primi anni Novanta. Non è un affare locale. Ma una sfida che riguarda, al di là delle persone (Di Landro, i suoi collaboratori e altri magistrati della Procura, già fatti segno di intimidazioni e attentati, per fortuna sventati), le istituzioni dello Stato. Una sfida alla legalità e a chi cerca di ripristinarla, in una terra, la Calabria, in cui sino a non molto tempo fa la prassi era quella della “convivenza” tra istituzioni, criminalità organizzata e società (come succedeva, appunto, nella Sicilia prima degli anni Ottanta del pool antimafia e dei maxi-processi ben istruiti e portati sino a condanne chenon si potevano aggiustare”). La ‘ndrangheta, adesso, è in difficoltà. Le inchieste giudiziarie sono finalmente ben condotte, sotto la guida di magistrati e forze dell‘ordine che si sono fatti le ossa a Palermo ma hanno anche trovato ottime collaborazioni tra i giudici calabresi. Colpiscono in Calabria. Ma anche a Milano, dove le cosche si sono da tempo radicate e hanno fatto, indisturbate sino a ieri, ottimi affari. Guardano agli intrecci tra i boss, certi settori della politica e delleconomia, le “aree grigie” degli affari con una vera e propria “borghesia mafiosa”. E cominciano a mettere in luce anche i legami con settori di apparati dello Stato “infedeli”, con uomini legati al mondo più oscuro e criminale dei “servizi”. Dunque, la ‘ndrangheta reagisce, come avevano fatto i “corleonesi” e i loro amici, messi in crisi da Falcone e Borsellino. ‘Ndrangheta attiva e feroce, determinata, stragista. Ma non sono ‘ndrangheta, considerato il fatto che molti degli attentati dei mesi scorsi sono stati possibili grazie a infliltrazioni criminali all’interno del Palazzo di Giustizia di Reggio e negli stessi uffici dello Stato. Da Reggio a Milano, insomma, si sta giocando una partita durissima. Ed è necessario che lo Stato sia all’altezza. Proteggendo magistrati e inquirenti. Aumentando le risorse nella lotta alla criminalità (intercettazioni comprese). E facendo dell‘impegno antimafia una grande battaglia civile e culturale. Non va mai dimenticato, infatti, che mafia, ‘ndrangheta e camorra stravolgono la vita civile, l’economia, la politica, l’esistenza di tutti noi. E le loro azioni criminali sono un’emergenza del Paese, da contrastare come scelta di priorità della politica e delle istituzioni. “Siamo tutti calabresi”, potremmo dire. Come avremmo dovuto essere “tutti siciliani”, senza lasciare soli, in un tempo infame, i Falcone, i Borsellino, i Costa, i Cassarà, i Giuliano, i Basile e tutti gli altri servitori dello Stato che sono stati assassinati, mentre facevano il loro dovere di difendere legge e diritti, insomma la normalità legale di noi tutti. Una storia che non può ripetersi

Storie di amicizia. E dintorni

Posted 27 ago 2010 — by Antonio Calabrò
Category Articoli

Logo - Il MondoDiego e Walid se ne stanno seduti, accanto, negli spazi d’attesa di un istituto per bambini handicappati, a Roma. Menomazione dei figli, dolore dei padri. Ed è proprio lì che tra i due nasce un’amicizia. Sono diversi, molto diversi tra loro. Diego, impiegato in un ministero, vita quotidiana banale, se non fosse per l’impegno a fare fronte ai problemi del piccolo Giovanni, a disagio con l’apparente normalità del mondo. E Walid, arabo ricco e potente, misterioso, amorosissimo con il suo «mostrino» Yusuf. Qualcosa lega sempre più strettamente i due uomini. La comunanza dell’handicap, naturalmente. Ma soprattutto quel riconoscersi nello sguardo dell’altro, la scoperta della facilità a parlarsi e ascoltarsi, l’attenzione per un’umanità che va oltre ruoli e apparenze. Così, nelle pagine de Il padre e lo straniero di Giancarlo De Cataldo (l’autore di Romanzo criminale), va in scena un grande racconto dell’essere amici, del riannodarsi di destini lacerati, dell’autenticità profonda di sentimenti oltre le differenze di ruolo, ceto, religione, cultura. Bastano, talvolta, un’occhiata d’intesa, la sintonia su un gioco di parole, il modo di ordinare un drink, per riconoscersi tra persone e sapere, subito, che si diventerà amici. Come racconta Pietro Grossi in Martini, romanzo essenziale, gioiello di scrittura. La voce narrante è di Frank, giornalista consapevole del mestiere e dei suoi limiti («Io non scrivo, Jay. Io parlo di cultura su un quotidiano. Scrivere è un’altra faccenda»).
La star di cui si parla è Thomas J. Martini, scrittore di successo, bello, mondano, apparentemente sicuro di sè. Ci si incontra. Ci si perde. E ci si ritrova, a ruoli invertiti, per scoprire che l’amicizia è il filo di un legame ininterrotto, nonostante tutto e tutti. Una questione di profonda autenticità. E si incontrano di nuovo, sanando la ferita di una rivalità che aveva frantumato Read More

Tremonti e la rivalutazione dell’austerità di Berlinguer

Posted 26 ago 2010 — by Antonio Calabrò
Category Taccuino

Sorprendente come gli piace spesso di mostrarsi, il ministro dellEconomia Giulio Tremonti si lascia andare a una citazione di grande peso, riprendendo in mano, lui uomo di centro destra, le analisi di Ernico Berlinguer, segretario del Pci, icona della sinistra. La platea è quella del Meeting di Rimini, ritrovo sempre più autorevole e aperto dei giovani di Cl. Il centro del discorso riguarda le politiche economiche del governo Berlusconi in tempi di crisi, dalla centralità della tenuta dei conti pubblici ai prossimi provvedimenti a favore del lavoro, delle famiglie, della ricerca e delle imprese. Una strategia che, nelle intenzioni di Tremonti, coniuga sviluppo con equilibrio, bilanci pubblici in regola con sostenibilità sociale. E qui arriva la citazione di Berlinguer: “E’ utile rileggere gli scritti del 1977 di Enrico Berlinguer sull’austerity, si tratta di un ragionamento sulle responsabilità nelle politiche di bilancio che può costituire una base di riduzione per i prossimi anni in tutta Europa“. Per essere ancora più chiaro. “L’austerità sostenuta da Berlinguer è un riferimento etico-politico da non trascurare, pur non condividendo tante analisi e riconoscendo che la nostra politica è diversa da quella di allora”. Tremonti, oltre che un politico oramai esperto, è anche un intellettuale raffinato. Ha il gusto di cercare negli scaffali della sua biblioteca testi inconsueti, non più di moda e attualizzarne il senso. Evita, come può, volgarità e banalità che infarciscono, purtroppo, il discorso pubblico contemporaneo. Riprende in mano, appunto, Berlinguer. Il segretario del Pci, nella durezza della crisi economica e sociale della seconda metà degli anni Settanta, aveva lanciato un’idea, profondamente innovativa per gli equilibri economici (dopo aver segnato la politica con la strategia del “compromesso storico”, colta in pieno dal leader Dc Aldo Moro ma bloccata dal rapimento e dall’uccisione di Moro per mano delle Br: uno stop gravissimo al rinnovamento di tutta la politica italiana). “L’austerità“, allora, era nelle intenzioni di Berlinguer, una profonda riflessione critica sui modi della produzione e del consumo, sul valore dei beni pubblici rispetto al boom del consumismo privato, sugli equilibri sociali e ambientali. Qualità e sostenibilità dello sviluppo economico, non solo quantità. Nuovi stili di vita. Un messaggio economico e non economicistico, un richiamo etico di grande spessore. Le cui radici affondavano sia in un certo costume austero dei comunisti, sia in alcune tradizioni della cultura cattolica (tra gli interlocutori del segretario del Pci c’erano allora degli intellettuali cattolici di grande cultura, come Franco Rodano). Quel messaggio non fu colto in pieno, neanche all’interno della sinistra. Fu letto come pronunciamento moralistico, non morale. E d’altronde la società italiana, proprio in quelle stagioni di crisi e di violenza, si preparava a sognare, non a essere austera. Voleva uscire dagli “anni di piombo” e ricominciare a divertirsi, essere allegra, spendere, consumare, costruire e godere ricchezza. Si annunciava l’era del cosiddetto “edonismo reaganiano” Read More

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