Napoli, città barocca. Lo sostiene, in bellissime pagine dense di storia e di riferimenti all’attualità, un grande giornalista, Antonio Ghirelli. In Una certa idea di Napoli. Storia e carattere di una città (e dei suoi abitanti), infatti, spiega: «È barocco il compiacimento che abbiamo per la nostra sventura, per la nostra intelligenza, per la nostra miseria, per la nostra città, per la nostra napoletanità. È barocca la nostra mania di giocare con le parole, di sacrificare un amico o un impegno a una sferzante combinazione di parole. Le parole sono la nostra bolla di sapone, il nostro miraggio, la nostra fata morgana, la nostra consolazione, la nostra dannazione. È barocco il nostro bisogno di guardare sempre dentro noi stessi, di scrutarci avidamente, di giudicarci senza pudore e pietà, di sentirci sempre in primo piano e di ritrarci sempre dietro le quinte, sempre alla ribalta e sempre confusi tra la folla… Ed è soprattutto barocco il nostro rifiuto di scegliere tra sogno e realtà, tra necessario e impossibile. È barocca l’immagine, perché è barocca la realtà». Ecco allora, in scena la Napoli della frattura ancora non sanata tra popolo e modernità, la Napoli camorrista e politicamente dissestata prevalente sulla Napoli industriale e operaia, che pur ha una storia (sino ai fatti di Pomigliano), la Napoli di Eduardo De Filippo, delle canzoni, della scienza tradita e di una cultura alta e plebea. Napoli delle contraddizioni, la cui soluzione è quanto mai incerta. È barocca, appunto, l’eco che risuona dalle pagine di un grande romanzo di Ruggero Cappuccio, Fuoco su Napoli, storia di un degrado che offre l’opportunità di un gigantesco intreccio speculativo, con protagonisti che vendono l’anima al diavolo degli affari peggiori e ammantano il baratto di cultura, tradizione, raffinatezza di idee e di parole. Al centro c’è l’elegante, sofisticato avvocato Diego Ventre, nomenklatura napoletana (e italiana), ottime letture, sordide frequentazioni camorriste. «Napoli sarà distrutta tra un mese da una tremenda esplosione del Vesuvio», dicono a Ventre alcuni attendibili scienziati. E lui riesce a tenere la notizia nascosta al pubblico, mentre con un gruppo di amici, tra la Campania e Roma, mette in piedi un frenetico piano di vendita delle aree che saranno distrutte e acquisti di aree che si salveranno, ingaggia imprese per la ricostruzione, tesse una trama politica ed economica locale e internazionale. Peccato che si innamori, di Luce, nobildonna bellissima e molto morale. E che dunque il suo piano si complichi, tra violenze di camorra e tradimenti. Non sempre gli affari vanno a buon fine. La città, ferita, rivela comunque un’anima indomita. Che illude, distrugge e salva, almeno nella memoria. Ne è testimone Davide, uomo d’affari internazionale, protagonista di Nostalgia della ruggine, romanzo, barocco anch’esso, di Sergio De Santis. Davide, infatti, torna a Napoli per liquidare quel poco che resta del patrimonio del padre e si ritrova risucchiato nell’inferno dei vicoli della città vecchia, si perde e si ritrova, prendendo dolorosamente coscienza che non si emigra mai, lontano per quanto si vada, e che, in ogni caso, non si emigra mai da se stessi. Dunque la realtà presenta i suoi conti. Ritrovabili nella documentata Storia della camorra, di Francesco Barbagallo. Criminalità e socialità. Criminalità e politica. E il bel panorama napoletano, la sua luce, la sua poesia non bastano per poter parlare davvero di un buon futuro.
Antonio Calabrò
Leggi l’articolo tratto da Il Mondo, pg. 65 in PDF
© Il Mondo, 23 Luglio 2010 www.ilmondo.rcs.it