Come è cambiata la mafia dagli anni Cinquanta (epoca delle prime, coraggiose indagini) a oggi: finita l’epoca delle stragi, oggi “Mafia SpA” è una grande impresa con un fatturato di 135 miliardi di euro l’anno, che si muove costantemente a cavallo tra dimensione legale e dimensione illegale. Per fortuna, nella lotta alla mafia si va affermando una nuova coscienza sociale e civile: perché questa è soprattutto una battaglia di civiltà.
Chiamiamola “Mafia SpA”, per chiarire che proprio di impresa si tratta, di un soggetto economico che incide sui mercati. E facciamole un po’ i conti in tasca, come si usa appunto per un’impresa. Scopriamo così che fattura 135 miliardi di euro: l’equivalente, più o meno, di dieci punti del PIL italiano. La prima azienda del sistema paese. Una potenza che condiziona affari, finanza, politica, pubblica amministrazione. E incide su aspetti rilevanti delle relazioni economiche e sociali in Italia e all’estero.
PANE E MORTE, LA MAFIA ANNI CINQUANTA. “La mafia dà pane e morte”, titolava nel 1958 il quotidiano palermitano L’Ora nella prima grande inchiesta antimafia mai apparsa sulla carta stampata. Fa vivere, cioè, producendo e redistribuendo reddito. E colpisce avversari e nemici, chiunque ostacoli i suoi disegni, i suoi poteri, i suoi interessi. L’intuizione dei cronisti de L’Ora era corretta: la mafia come attore dell’economia, groviglio d’affari, impresa attenta ai profitti. Mafia come protagonista sociale. Mafia come impresa.
Si parlava, in quell’inchiesta, dei boss che lucravano – da “gabelloti”, intermediari parassitari per conto della nobiltà latifondista – sulle rendite delle terre dei feudi, ostacolando qualsiasi tentativo di riforma agraria. E si indagava sui protettori dell’antica imprenditoria delle miniere, caratterizzata da scarsa innovazione tecnologica e bestiale sfruttamento della mano d’opera, a cominciare dai bambini mandati a scavare nei cunicoli di zolfo. Mafia come pilastro dell’arretratezza.
Ma anche mafia in mutamento, mafia sulla scia della modernizzazione. L’inchiesta de L’Ora, infatti, continuava documentando lo spostamento dell’interesse mafioso dalla campagna alla città, che la portava a mettere le mani sui mercati generali ortofrutticoli, della carne e del pesce, sull’edilizia in espansione, sul commercio.
In quella fine degli anni Cinquanta, i “padrini” tradizionali (comunque criminali, comunque feroci, pronti all’assassinio, come documentano la strage di Portella della Ginestra e le uccisioni di sindacalisti e contadini che difendevano i propri diritti al lavoro e a un salario equo) cedevano il passo ai nuovi boss, a cominciare proprio dal clan dei corleonesi di Luciano Liggio, Totò Riina e Bernardo Provenzano, nomi noti anche alle cronache più recenti. E a Palermo cominciava a splendere la stella di don Vito Ciancimino, politico democristiano, brillante dominus dell’edilizia, uomo d’affari, riciclatore di grandi fortune in attività finanziarie in Italia e all’estero.
COME SI COMBATTE LA MAFIA. Su quei traffici indagava, tra gli altri, un bravo ufficiale dei carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa. E L’Ora denunciava, chiariva, documentava – per molto tempo in drammatica solitudine nel panorama dell’informazione siciliana, voce inascoltata da gran parte della politica e della magistratura. Oggi che alcuni di quei nomi risuonano ancora nei reportage di giornali e tv, risulta evidente come Cosa nostra si sarebbe potuta affrontare, combattere, stroncare prima della stagione della “guerra di mafia” degli anni Ottanta e delle stragi degli anni Novanta (comprese le uccisioni di magistrati, poliziotti e politici, da Falcone e Borsellino ai tanti altri servitori dello Stato), se si fosse dato adeguatamente retta a quelle indagini di Dalla Chiesa e a quelle inchieste de L’Ora; se, cioè, pubblici amministratori e inquirenti avessero voluto guardare con impegno e attenzione alla potenza intimidatrice di una “impresa mafiosa” capace di sovvertire mercati e politica, non solo in Sicilia ma un po’ dovunque in Italia, dalla Roma del governo alla Milano della finanza1. Un’attività di repressione importante e incisiva c’è stata, nel tempo, a partire soprattutto dalla seconda metà degli anni Ottanta, dalla stagione del primo maxi-processo antimafia istruito dal “pool” guidato da Antonino Caponnetto e di cui facevano parte anche Falcone e Borsellino: un processo talmente ben istruito e condotto da portare alla conferma delle condanne dei boss e dei loro gregari in tutti e tre i gradi di giudizio. E in tempi recenti sono finiti in manette – oltre a Riina e Provenzano – anche capi di Cosa nostra delle vecchie leve (Gaetano Fidanzati) e delle nuove generazioni (Gianni Nicchi). Resta ancora in libertà il capo più importante, Matteo Messina Denaro: ma gli inquirenti assicurano che le indagini, i sequestri di beni e gli arresti di protettori e fiancheggiatori gli stanno facendo terra bruciata intorno. Le attività di repressione e di prevenzione, insomma, funzionano. Ma il fenomeno è tutt’altro che risolto: la “Mafia SpA” continua a pesare sull’economia italiana. Va dunque tenuto in grande considerazione l’ammonimento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che nell’inaugurare, nel settembre 2009, la sala del ministero di Grazia e Giustizia intitolata al giudice Rosario Livatino (assassinato dalla mafia nel settembre del 1990), ha ricordato: “I risultati conseguiti non devono fare dimenticare che la mafia ha enormi capacità di tenuta e di manovra. È perciò indispensabile continuare a denunciare le infiltrazioni e le pressioni mafiose, resistere alle intimidazioni, stimolare, nei giovani e in tutto il paese, la crescita della coscienza civica e della fiducia nello Stato di diritto”.
Indagare sulla mafia, appunto. Potenziare la repressione antimafia. Soprattutto, diffondere una cultura della legalità e dello sviluppo equilibrato e giusto, di cui la mafia è il principale avversario. Costruire – memori dell’insegnamento di Falcone e Borsellino – una battaglia di civiltà. E scrivere di mafia: usare parole documentate e consapevoli, in grado di svelare misfatti nascosti e cercare di smuovere coscienze, rompendo soprattutto il cerchio dell’omertà (il non parlare, infatti, è tipico comportamento mafioso) e delle complicità tra la mafia e l’“area grigia” della società civile, fitta di imprenditori, professionisti, affaristi che collaborano a tutelare gli interessi dei clan, riciclandone le fortune economiche, dissimulandone le responsabilità, tessendo relazioni tra cosche, politica, pubblica amministrazione e mondo dell’economia e della finanza, in Sicilia, in Calabria, in Campania, in certe aree della Puglia, là dove Cosa nostra, le famiglie della ‘ndrangheta, i clan della camorra e le organizzazioni della Sacra Corona Unita hanno robusti insediamenti territoriali. E a Roma e a Milano, dove i gruppi di “Mafia SpA” riciclano e investono, turbando i mercati finanziari e stravolgendo le normali regole dell’economia “legale”.
I CONTI IN TASCA ALLA “MAFIA SPA”. Quanto pesa la “Mafia SpA”? I conti li ha fatti SOS Impresa, l’associazione legata alla Confcommercio che da dodici anni puntualmente informa l’opinione pubblica su tutti gli affari delle cosche, con un rapporto documentato, denso di fatti e numeri ricavati dalle indagini di polizia, dalle iniziative giudiziarie e dalle più autorevoli inchieste di stampa. Ebbene, secondo il rapporto presentato alla fine di gennaio 2010, “dalla filiera alimentare al turismo, dai servizi alle imprese e alla persona agli appalti, dalle forniture pubbliche al settore immobiliare e finanziario, la presenza criminale si consolida in ogni attività economica, tanto da raggiungere un fatturato complessivo di oltre 135 miliardi di euro e un utile che sfiora i 70 miliardi, al netto degli investimenti (in attività criminali dirette) e degli accantonamenti”. Il rapporto di SOS Impresa insiste: “Il solo ramo commerciale della criminalità mafiosa e di quella comune, che incide direttamente sul mondo dell’impresa ed è oggetto specifico di questa ricerca, ha ampiamente superato i 100 miliardi di euro, frutto di una pressione criminale giornaliera che non si arresta, nonostante l’azione incessante di contrasto delle forze dell’ordine e della magistratura”. Mafia come impresa di primo piano, dunque. O, per essere più esatti, un vero e proprio network criminale che alimenta “un corto circuito perverso legale-illegale-legale: le aziende, attraverso pizzo e usura, trasferiscono risorse dall’attività d’impresa alle organizzazioni criminali, queste reinvestono gran parte di tali risorse nell’economia legale e il risultato è una distorsione degli investimenti, del mercato del lavoro, dell’economia in generale”. Come si arriva a quei 135 miliardi di euro? 60 miliardi sono il frutto del traffico di droga, che vede soprattutto la ‘ndrangheta calabrese in posizioni di primo piano, in Italia e a livello internazionale, con solidi agganci con i clan sudamericani, ormai capace di insidiare da qualche anno il primato di Cosa nostra e le attività della camorra. Un miliardo arriva dalla gestione dell’immigrazione clandestina. Altri 7 dal traffico d’armi e dal contrabbando. 24 miliardi sono il risultato di attività di racket e dell’usura. Le cosiddette “ecomafie” (rifiuti tossici e pericolosi) “fatturano” 16 miliardi. Le attività criminali legate all’agricoltura 7,5 miliardi (lo sfruttamento degli immigrati di colore a Rosarno ne è solo un drammatico esempio). Quelle degli appalti e delle forniture pubbliche fruttano 6,5 miliardi (con un peso particolare del settore sanitario). Il resto proviene dalla prostituzione, dalle scommesse clandestine, dalla contraffazione e da una serie di altri reati.
L’utile netto stimato da SOS Impresa è di poco meno di 80 miliardi. Risorse immense, che finiscono nei circuiti economici e finanziari “regolari”, in Italia e all’estero, e che danno a “Mafia SpA” una forza sconvolgente rispetto a qualunque altro investitore, a qualunque altra impresa. Capitale abbondante, a basso costo, assolutamente competitivo, e sostenuto da una straordinaria capacità di intimidazione, da una pressione concorrenziale senza uguali. Per dirla sempre con quel felice titolo de L’Ora, “la mafia dà pane e morte” e mette fuori gioco il concorrente, il debitore, il soggetto che ostacola gli affari, con la più radicale delle sanzioni: l’omicidio.
Mafia che spara? Il meno possibile. Mafia in armi? Sempre. La sanzione minacciata ha un grande effetto, soprattutto se abbinata alla lusinga del potere, all’attrazione degli affari facili e particolarmente redditizi, con la complicità consensuale di ampi strati sociali.
La potenza di “Mafia SpA” si rivela soprattutto in tempi di crisi generale. E la sua forza economica può andare all’assalto delle imprese più fragili, dare l’assalto in borsa ad aziende in difficoltà, da conquistare come paravento per il riciclaggio, trovare spazi in settori commerciali e finanziari, colmare lacune finanziarie, sovvertire equilibri. E intanto, può continuare ad agire nel mondo degli appalti pubblici e dell’edilizia, dovunque si muova qualcosa, dalla Messina del Ponte sullo Stretto alla Milano dell’Expo 2015 (sono stati proprio gli imprenditori riuniti nell’Assolombarda a ribadire l’allarme direttamente al ministro degli Interni Roberto Maroni, chiedendo controlli severi e repressione oculata e intanto stabilendo, per i propri associati, una drastica misura di autodisciplina: l’espulsione per qualunque impresa scoperta ad avere contatti con la criminalità organizzata).
ARIA NUOVA NELLA LOTTA ALLA MAFIA. Se la “Mafia SpA” si organizza e si espande, gli apparati dello Stato e la società civile dell’antimafia per fortuna non stanno a guardare (anche se dallo Stato si può pretendere un impegno ancora più forte e deciso).
Per capire meglio, si può concentrare lo sguardo proprio sulla città dove, secondo un vecchio e lungimirante giudizio di Giovanni Falcone, “sta la testa del serpente”: la Palermo di Cosa nostra. I boss che avevano guidato la guerra di mafia e le stragi, sino all’uccisione di Falcone e Borsellino, sono finiti in galera. La stagione sanguinaria di Riina e Provenzano, dei loro killer e dei loro protettori, è finita (pur tra le ombre di ipotesi di trattative sotterranee tra pezzi di mafia e pezzi di Stato, per isolare la banda “stragista” e favorire una integrazione tranquilla di altri boss, rinnovando patti silenziosi e perversi tra nuova mafia, parti della politica e settori del mondo degli affari).
La Direzione nazionale antimafia è saldamente nelle mani di un magistrato palermitano di grande intelligenza e rigore, Piero Grasso. E tra gli imprenditori – che per anni non hanno battuto ciglio di fronte ai compromessi e agli affari mafiosi – si sta affermando una nuova coscienza civile. Chi fa affari con la mafia, ma anche solo chi accetta di pagare il “pizzo”, il prezzo dell’estorsione e della protezione ai boss delle cosche, viene espulso da una Confindustria che in Sicilia ha un leader capace, Ivan Lo Bello, convinto che “il Sud è questo, un misto di arretratezza e modernità che, se prima riuscivano a convivere, oggi per fortuna sono in conflitto”. E i ragazzi di “Addio pizzo” coniano slogan affascinanti, che fanno presa: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”.
Aria nuova, insomma. Testimonianza di una coscienza sociale destinata a lasciare segni, a fare da lievito di un’altra Sicilia. Si può andare avanti e lavorare su simili segnali di rinnovamento per impostare stagioni di migliore civiltà. L’importante è non abbandonarsi a entusiasmi che possono essere volatili; l’importante è sapere che c’è ancora molto da fare.
La mafia, dopo aver tentato di farsi partito, con la pressione delle stragi e la riproposizione di uno stantio, corrotto sicilianismo, adesso s’è inabissata, cercando nel silenzio nuove complicità, nuovi referenti politici ed economici. Alcuni dei vecchi boss sono ancora latitanti, mentre crescono giovani boss. Le complicità sociali rimangono, in una città che di mafiosità s’è nutrita. E qualcuno, tra i fedelissimi del boss Provenzano, ha provato perfino a infiltrarsi nelle organizzazioni antimafia per svuotarle di senso. L’impegno dello Stato per l’affermazione della legalità sconta ancora una carenza di mezzi, uomini, strategie di lungo respiro, di intelligente gestione dei beni sequestrati e confiscati ai capi delle cosche, che vanno messi in mani sicure e trattati secondo una logica imprenditoriale: cioè curati e fatti crescere, per evitare che tornino nel portafoglio dei boss (tramite prestanome) oppure che falliscano, con danni per l’economia in generale (e rimpianti: “Almeno, quando c’erano i mafiosi, qui si lavorava, si guadagnava…”).
LA PROSSIMA SFIDA: LA GESTIONE DELLA NORMALITÀ. Il panorama è reso grigio, inquietante, anche dalle recenti compromissioni emerse tra mafia, politica e affari. Ombre forti di mafia che si allungano su uomini interni alle istituzioni. E scarse occasioni per un’economia produttiva che non si fondi su appoggi parassitari, protezioni e clientele. Giuseppe Caruso, a lungo questore di Palermo (sotto la sua giurisdizione avvenne l’arresto di Provenzano), poco prima di lasciare la città per andare a fare il questore a Roma aveva fatto un bilancio che non può essere sottovalutato: “Lasciamo una Palermo sicuramente migliore. Purtroppo c’è ancora una stasi politico-amministrativa che deve essere rimossa. Alcune istituzioni hanno marciato velocemente, altre sono andate a rilento. Bisogna andare tutti alla stessa velocità, altrimenti si rischia di tornare indietro. Ci sono politici che hanno piedi e mani legati: devono avere il coraggio e agire in assoluta libertà”. Come dire che, per l’emergenza criminale, molto è stato fatto, ma adesso viene il difficile. La gestione della normalità. Una normalità civile, legale. Tutto il contrario dello storico adagiarsi di Palermo nella normalità della “borghesia mafiosa”. Per chi resta, una sfida che naturalmente non riguarda solo Palermo, Catania, Reggio Calabria o Napoli, ma anche Roma e Milano. Insomma, l’intero paese.
Si veda Antonio Calabrò, Cuore di cactus, Sellerio, 2010.Leggi l’articolo tratto da Aspenia 49, pgg. 65-69 in PDF
Antonio Calabrò
© Aspenia 49, luglio 2010 www.aspeninstitute.it