Mafia, camorra e ’ndrangheta: con 130 miliardi di euro di fatturato l’anno la criminalità organizzata è diventata la prima azienda d’Italia. Con tanto di manager, dirigenti e consulenti che condizionano tutti i settori economici. Dettando legge alla politica.

Quarto livello SpA

Pubblicato 02-07-2010 da Antonio Calabrò in Articoli, Cronaca
Mafia, camorra e ’ndrangheta: con 130 miliardi di euro di fatturato l’anno la criminalità organizzata è diventata la prima azienda d’Italia. Con tanto di manager, dirigenti e consulenti che condizionano tutti i settori economici. Dettando legge alla politica.

L'Europeo“Malefica tabe”, la chiamava, con vezzo retorico, l’avvocato Nello Martellucci, sindaco di Palermo per volontà di Salvo Lima, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Tabe, e cioè una malattia degenerativa, una piaga sociale. Alla mafia, alludeva Martellucci. Ma quel suo solo alludere, per quanto letterariamente elegante, fu mal giudicato dai critici politici di sinistra e dai giornali. Di mafia – si disse – bisogna parlare esplicitamente, e denunciare, e condannare, in una città insanguinata e umiliata. Come avrebbe fatto, con dignità e coraggio, il cardinale Salvatore Pappalardo, dall’alto della sua autorità ecclesiale, criticando la violenza dei boss e l’insipienza delle autorità nel combatterla: “Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata”, aveva tuonato dal pulpito, nel settembre del 1982, per i funerali di Carlo Alberto Dalla Chiesa. E aveva suscitato, naturalmente, la protesta dei mafiosi che, alla messa tenuta qualche giorno dopo nella cappella del carcere dell’Ucciardone, gli avevano voltato le spalle ed erano andati via.

Tempi tremendi, quelli. Di paura. E di morte. La “primavera siciliana” della seconda metà degli anni Settanta, segnata da un tentativo di rinnovamento della Dc e di moralizzazione della Regione, grazie all’alleanza politica tra Dc, Psi e Pci, la stagione del “buon governo” guidata dal presidente democristiano Piersanti Mattarella, era stata stroncata a colpi di pistola per mano di mafia. Una lunga scia di morti.

Assassinio per un colonnello dei carabinieri, Giuseppe Russo. Per un giornalista coraggioso, Mario Francese. Per un segretario democristiano del rinnovamento, Michele Reina, avversario politico di don Vito Ciancimino e dei suoi amici del “clan dei corleonesi”. Per il capo della Squadra Mobile Boris Giuliano, severo investigatore sui traffici di eroina e dollari tra Palermo e New York. Per due magistrati intransigenti, Cesare Terranova e Gaetano Costa, tutt’altro che disposti a “chiudere un occhio” sugli affari di mafia come tanti, troppi loro predecessori a Palazzo di Giustizia.

Il 6 gennaio 1980, epifania di ulteriori tragedie,

era stata la volta di Mattarella: morte per un dc galantuomo, che aveva cominciato a moralizzare gli appalti pubblici, scatenando le ire dei costruttori mafiosi e che, guardando da Palermo a Roma, si accreditava come uno dei possibili successori di Aldo Moro (ucciso nel maggio ’78 dalla Br) nel tentativo di cambiare anima e regole della Dc e ricominciare a tessere un dialogo con il Pci per rilanciare un processo di riforma dell’intera politica italiana.

“Terrorismo mafioso”, disse qualcuno, per l’omicidio Mattarella. Intravvedendo, in quell’assassinio, non solo mano mafiose, ma anche altre ombre, che la mafia avevano probabilmente spinto, armato, sollecitato.

Oggi le nuove indagini sulle stragi di mafia del ’92-’93 e gli assassinii di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, le nuove rivelazioni dei “pentiti” e le confidenze del figlio di don Vito Ciancimino, Massimo, sulle memorie del padre, costringono a rileggere tutta la storia della violenza di Cosa Nostra degli ultimi tre decenni del Novecento in un contesto nazionale più ampio. E dietro ad alcuni “omicidi eccellenti” (Mattarella, appunto, ma anche Pio La Torre, segretario siciliano del Pci e Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo senza particolari poteri ma con solida memoria da generale dei carabinieri e forse in possesso di carte inquietanti sul sequestro e sulla morte di Moro) è possibile cogliere tracce di quella trama di delitti e misteri che ha segnato drammaticamente l’intera storia della Repubblica, con una commistione tra politica, settori dello Stato e mafia, in funzione di “argine anticomunista” e di conservazione di privilegi e poteri. Un’alleanza criminale tra boss e parti dei Servizi segreti che comincia con la strage di Portella delle Ginestre (1947) e le trame del bandito Salvatore Giuliano, passa dalle bombe terroriste in cui si intravvede la presenza dell’ambasciatore della mafia a Roma don Pippo Calò, continua con i traffici dei banchieri di fiducia della mafia Michele Sindona e Roberto Calvi, incrocia gli interessi criminali della “banda della Magliana” a Roma, si struscia con i massoni segreti della P2, stronca magistrati e poliziotti che da Palermo a Catania, da Napoli a Roma, indagano sui retroscena delle alleanze tra la criminalità organizzata, la politica e l’economia. Sino alle bombe contro Falcone e Borsellino nel ’92 e agli attentati stragisti a Roma, Milano e Firenze nel ’93, voluti dal boss dei “corleonesi”Totò Riina ma suggeriti chissà da chi. Mafia, servizi segreti e cattivi politici ancora insieme, per bloccare ogni tentativo di rinnovamento della politica italiana. Una storia di cui oggi si possono leggere finalmente con una certa chiarezza alcune pagine. Ma ancora tutta compiutamente da accertare con prove e riscontri sicuri, da portare finalmente alla luce.

La storia della Repubblica, infatti, non si può schiacciare sulla sola storia criminale. Ma è indubbio che proprio in Italia, diversamente da quel che è accaduto nelle altre grandi democrazie liberali europee, le mani criminali, dalla mafia al terrorismo (con tutti i suggeritori e gli ispiratori, italiani e internazionali), hanno avuto un ruolo tremendo, sanguinosamente condizionante su tutte le vicende politiche. Il bisogno di verità, tornato con prepotenza d’attualità, risponde all’esigenza di costruire, appunto sulla verità, una memoria certa e condivisa, rinsaldare una democrazia che in tanti hanno cercato di violare, ristabilire un circuito di fiducia nelle istituzioni spesso tradite, strumentalizzate, stravolte.

Ma cosa poteva capire e spiegare, del “contesto” (per dirla con Leonardo Sciascia) dei misteri mafiosi e politici siciliani e nazionali, chi faceva il cronista a Palermo, dagli anni Sessanta in poi? Che retroscena poteva suggerire chi redigeva le pagine di racconto e di inchiesta di quel grande, piccolo orgoglioso quotidiano del pomeriggio che si chiamava L’Ora e aveva cominciato, in assoluta solitudine, la sua battaglia antimafia nel ’58, con documentate cronache su Luciano Liggio e i suoi corleonesi, concludendo con un gran titolo a tutta pagina, “Quest’uomo è pericoloso” e ricavandone per vendetta una bomba che ne aveva devastato la tipografia? Qualcosa, nel silenzio omertoso della città complice, si poteva pur sospettare. Indizi vaghi, tracce leggere. Ma anche legami inquietanti, relazioni politiche, affaristiche e criminali da approfondire.

Se ne scriveva. Le parole, però, si perdevano nella diffusa indifferenza di un’opinione pubblica e di ambienti istituzionali che di mafia non volevano proprio sentire parlare.

“S’ammazzanu ‘ntra iddi”, si diceva nella Palermo borghese e popolare, di fronte a un omicidio di mafia. Si uccidono tra loro. In quel mondo di mafia lontano da noi, diverso da noi.

Una dissimulazione. E una menzogna. Perché quei mafiosi stavano in città, erano la città, determinavano la politica della città, facevano affari, redistribuivano ricchezza e potere in città e altrove. Mafioso don Vito Ciancimino, arrivato nel 1970 sulla poltrona di sindaco di Palermo e scalzato da una campagna di stampa de L’Ora e dalle critiche severe dell’allora capo della Polizia, Angelo Vicari, dell’opposizione di sinistra e della grande opinione pubblica nazionale (ma Ciancimino, amico del boss Bernardo Provenzano e longa manus dei “corleonesi”, avrebbe continuato a comandare su edilizia e appalti pubblici sino alla metà degli anni Ottanta, prima di finire in galera e comunque anche dopo avrebbe avuto mani in pasta). Mafiosi gli esattori delle tasse, i cugini Nino e Ignazio Salvo, potentissimi uomini della politica e dell’economia, corteggiati da tutta la “Palermo bene” che elemosinava un invito sulle loro barche e nelle loro ville e progettava affari nei loro uffici. Alleati con i mafiosi i costruttori che dominavano gli appalti pubblici siciliani. E i boss Stefano Bontade e Michele Greco, d’altronde, frequentavano, riveritissimi, gli stessi circoli, gli stessi ristoranti, le stesse banche di magistrati e commendatori, avvocati e professori, notai e imprenditori. Non c’era una città mafiosa, “nera” e una inconsapevole, incolpevole città “bianca”, perbene. Tutto si mischiava, politica, affari, famiglie, interessi. E distinguere, distinguersi, era compito severo, difficile, talvolta perfino manicheo. L’Ora denunciava. Palermo distratta, infastidita, cercava di non ascoltare. Nonostante le violenze, il cattivo governo, l’usura della città e dell’isola.

Delitti e intrighi solo siciliani? Tutt’altro. Salvo Lima, Giovanni Gioia e Vito Ciancimino avevano messo le mani sulla Dc di Palermo, fin dai primi anni Sessanta, con il pieno appoggio di due grandi notabili nazionali, Amintore Fanfani prima e Giulio Andreotti poi (per Lima). E alle critiche politiche sui sospetti di legami mafiosi dei loro proconsoli siciliani rispondevano stupiti: “E le prove?”

Sfogliando le annate de L’Ora, si possono rileggere pagine che testimoniano, già allora, l’emergere di un panorama inquietante, non solo locale ma, appunto, nazionale.

A Roma e alle trame della P2 portano, infatti, alcune inchieste giudiziarie che accertano la presenza, in certi circoli di massoneria segreta, di boss, politici e uomini di “servizi”. Tra Palermo, Roma, Milano e New York si muove il banchiere della mafia Michele Sindona (P2 anche lui), in tempi di fortuna e poi di disgrazia (quando assolda un killer per fare assassinare a Milano il liquidatore della Banca Privata Giorgio Ambrosoli, che sta portando alla luce le irregolarità e le attività di riciclaggio del denaro mafioso). E a Milano sbarcano, per investire e fare affari, Vito Ciancimino e i suoi amici della Inim (“sono solo un consulente”, sorride ambiguo Ciancimino ai cronisti de L’Ora che gli chiedono maggiori notizie su quegli interessi milanesi), ma anche il fior fiore dei boss e degli intermediari di tutte le cosche di Cosa Nostra. “Milano ordina: uccidete Borsellino”, scrive oggi, in un documentato libro, un cronista informato come Alfio Caruso, ricostruendo tracce degli interessi economici che, dopo Sindona e Calvi, hanno continuato a legare ambienti finanziari e personaggi delle cosche mafiose.

E’ proprio negli anni Ottanta che la dimensione nazionale della mafia emerge in tutta la sua drammaticità. Con quella “guerra” che, cominciata nell’aprile 1981 con l’omicidio del boss Stefano Bontade, fa contare solo a Palermo mille morti, mille, un numero da guerra:  cinquecento persone assassinate per strada, altre cinquecento rapite, uccise e svanite nel nulla, “fatte scomparse”, per aggravare la violenza con il mistero: magistrati (Rocco Chinnici), carabinieri (Emanuele Basile e Mario D’Aleo), poliziotti (Beppe Montana e Ninni Cassarà), politici (La Torre e Mattarella), servitori dello Stato (Carlo Alberto dalla Chiesa), giornalisti (Peppino Impastato), sacerdoti (don Pino Puglisi), imprenditori, capi mafiosi e “malacarne”, in una vera e propria “mattanza” che stravolge la città e porta i mafiosi corleonesi di Riina e Provenzano al dominio assoluto. Una trama di morte che rivela interessi e affari di imponente dimensione, tra traffici di droga, appalti pubblici, estorsioni  e attività criminali di ogni tipo, tra Palermo, Milano, gli Usa, la Svizzera e i “paradisi fiscali” nel mondo. La “testa del serpente”, per dirla con Giovanni Falcone, è a Palermo. Le spire, si allargano in Italia e all’estero.

La reazione dello Stato arriva, finalmente, con i maxi-processi ben istruiti da un pool antimafia di cui Falcone e Borsellino sono la guida. Molti boss finiscono in galera. E i loro patrimoni, sotto sequestro (in base alle norme di una buona legge che porta il nome di Pio La Torre). Dunque, Falcone e Borsellino vanno fermati. Provvedono i corleonesi, con le bombe del maggio e del luglio del ’92. Stragi tremende. Ma non solo stragi di mafia. Perché si è già intuito (“menti raffinatissime”, dice Falcone nel commentare il fallito attentato ai suoi danni, nel 1989, sul lungomare dell’Addaura) che dietro i boss si muovono poteri, personaggi, spezzoni deviati dei “servizi” che fanno di tutti per bloccare il rinovamento che s’è avviato, in Italia, dopo il crollo del “muro di Berlino” del 1989 e la fine dell’alibi anticomunista che aveva tenuto in gioco la mafia e dopo la crisi della “prima Repubblica” travolta da Tangentopoli. “Cosa Nostra ebbe in subappalto una vera e propria strategia della tensione”, per creare disordine e “dare la possibilità a una entità esterna di proporsi come soluzione per potere riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale che veniva dalla macerie di Tangentopoli”, sostiene il Procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso. Il volto politico, ancora misterioso, della violenza mafiosa. Quelle “menti raffinatissime” di cui, appunto, già nel 1989, parlava Falcone, in uno dei momenti di più profonda trasformazione degli equilibri politici internazionali e, dunque, italiani.

Diciotto anni dopo quelle stragi e dopo la cattura dei boss Riina e Provenzano, c’è oggi una storia da rileggere, una pagina di verità da riscrivere. Sui delitti. Sugli affari. Sulle complicità istituzionali ed economiche con la mafia. Sulle ombre di una trattativa tra Stato e mafia su cui le memorie di don Vito Ciancimino forniscono notizie e indiscrezioni inquietanti.

E c’è una domanda cui dare risposte.

La mafia non spara da tempo. Molti boss sono in galera. Ma qualcuno deve pur avere ripreso in mano le fila degli affari e ricominciato a tessere alleanze politiche e finanziarie, per cercare di governare attività criminali che valgono 130 miliardi di euro (secondo i calcoli di “SOS impresa” sulle attività di mafia, camorra e ‘ndrangheta). Nuovi capi crescono nell’ombra. La “borghesia mafiosa” non è tramontata. E accertare oggi fatti e responsabilità della lunga stagione mafiosa di ieri può servire a evitare che, nel silenzio, la mafia si rimetta stabilmente in piedi. E continui a inquinare politica, economia, istituzioni. Il “serpente” individuato da Falcone è ancora in condizione di mordere. Velenoso.

Antonio Calabrò

© L’Europeo N.7 – 2010 – foto di Franco Zecchin

L'autore: Antonio Calabrò

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Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, nato a Patti (Messina) nel 1950, vive e lavora a Milano e Roma. Attualmente è Direttore "Corporate Culture" del gruppo Pirelli e Direttore della Fondazione Pirelli. Precedentemente è stato Direttore Affari Istituzionali e Relazioni esterne di Pirelli & C., ha diretto l’agenzia di Stampa Apcom, è stato editorialista economico de “La7”, direttore editoriale del gruppo Il Sole 24 Ore e vice-direttore del quotidiano. Ha lavorato a La Repubblica, Il Mondo e L’Ora, ha diretto il settimanale Lettera Finanziaria e il mensile Ventiquattro. E' membro del Consiglio di Presidenza di Assolombarda, con la responsabilità per la Cultura d'impresa e la Sostenibilità. Fa parte del consiglio di amministrazione di Nomisma e dei board di numerose società e Fondazioni. Insegna all’Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano. Ha scritto e curato parecchi volumi, tra cui "Cuore di cactus", "Orgoglio industriale", "Intervista ai capitalisti", "Agnelli, una storia italiana" e "Dissensi - Sulle orme di Bartleby".

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