C’è una Milano nera, criminale, violenta. E una Milano civile, che resiste al crimine e dà al Paese il buon esempio di virtù repubblicane. Leggerla, incrociando fiction che somiglia a realtà e cronache drammatiche che superano l’immaginazione letteraria, è un buon esercizio di informazione e consapevolezza. Milano è una selva oscura, scrive Laura Pariani, mettendo in pagina con rara maestria (una lingua ricca di influenze dialettali e cadenze colte, da Porta a Gadda) la storia di Dante, un lingéra, certo, un barbone, cioè, ma dignitoso e colto, parecchi libri letti e una libreria antiquaria alle spalle, e poi via via la scivolata verso una sopravvivenza stentata, parecchi bicchieri di grappa e di vino, un’attitudine comunque viva a fare amicizia e cercare un senso alle cose, immaginando, ricordando, raccontando.
Sfila così, tra le sue parole, la trama della Milano dal dopoguerra agli anni Sessanta. E poi tutto finisce lì, dalle parti di piazza Fontana, in un tardo pomeriggio del 12 dicembre 1969, «proprio nel punto preciso in cui poggiare l’orecchio per terra in modo da sentire battere il polso della città». È il battito atterrito della bomba che fa strage. Ma anche il sussulto di una coscienza popolare che, pur ferita, non si fa sopraffare e non cede «a faccende volgari». Civile, minoritaria ma comunque vigile, è la Milano incarnata da Giorgio Ambrosoli, il liquidatore delle banche del finanziere mafioso Michele Sindona, che, messo alle strette, ne ordina l’assassinio, nel luglio del 1979. «Eroe borghese», Ambrosoli, uomo schivo e severo, lasciato da solo, da politici e autorità, nel suo impegno contro gli affaristi mafiosi. E adesso ricordato, dall’editore Aragno, mettendo insieme, Nel nome di un’Italia pulita, una serie di saggi in sua memoria, dall’asciutta biografia tracciata dal figlio Umberto ai ricordi personali del più stretto collaboratore, il maresciallo Silvio Novembre, dalle ricostruzioni delle indagini condotte da due esemplari magistrati, Giuliano Turone e Gherardo Colombo agli scritti di economisti e giornalisti, Marco Vitale, Gianfranco Modolo, Corrado Stajano e Sandro Gerbi. Lezioni su una moralità da prendere a esempio, in stagioni di dilagante amorale superficialità. Nella palude di una immoralità appiccicosa e disinvoltura esistenziale si muove il Gorilla, il personaggio di Sandrone Dazieri, ritornato sulla scena letteraria in La bellezza è un malinteso. L’investigatore e il suo socio (un doppio da schizofrenia a stento controllata) indagano sull’inspiegabile suicidio di un operaio. E si ritrovano immersi in una serie di traffici di opere d’arte (a partire da una composizione di Damien Hirst, che dà il titolo al libro) e di altre attività criminali da Milano nera, spregiudicata, volgare. Il Gorilla ne viene a capo, naturalmente. Ma con un profondo senso di solitudine che avvilisce chi tenta di restare, nonostante tutto, una persona per bene. Mala storie, scrive Piero Colaprico, gran giornalista e abile scrittore, raccontando «il giallo e il nero della vita metropolitana», una raccolta di articoli di cronaca nella Milano degli ultimi 25 anni. I protagonisti sono rapinatori, matti, truffatori, mafiosi, assassini della porta accanto. E le loro vittime. Umanità dolente, ferita, colta nel momento della tragedia. È cronaca vera, appunto. Scritta come se fosse romanzo. Testimonianza di tempi cupi, che ci tocca ancora subire. Tentando, talvolta, un riscatto.
Antonio Calabrò
Leggi l’articolo tratto da Il Mondo, pg. 73 in PDF
© Il Mondo, 09 Luglio 2010 www.ilmondo.rcs.it