Scrivere biografie è anche un gioco di specchi. Si va alla ricerca dell’altro e dell’altrove. Si finisce, in qualche modo, per parlare di sé. Un percorso di intrecci. Un’investigazione nel profondo dell’anima del personaggio di cui si parla. E, contemporaneamente, un disvelamento discreto ma comunque intenso dei moti dell’intelligenza e del cuore del biografo stesso. Con una doppia capriola Bernard Malamud, ne Le vite di Dubin (rilanciato in libreria da Minimum Fax, che sta ripubblicando tutte le opere del grande scrittore americano), si immerge nel mondo di William Dubin, uno storico alle soglie dei sessant’anni che, proprio mentre è intento a scrivere una biografia di D. H. Lawrence, si ritrova travolto dalla passione per una spregiudicata ammiratrice, Fanny, di 25 anni più giovane. Scandaloso Lawrence, scandaloso Dubin, che perde ogni bussola di lavoro e di vita. Le pagine scritte un tempo su Henry David Thoreau, cantore della ricerca dell’equilibrio nell’immersione nella natura (uno scrittore amato da Malamud) sono solo un ricordo. Ritrovarsi è fatica tremenda e comunque incompiuta. L’equilibrio di Dubin resta precario. E Malamud sa parlarne con affetto e rispetto per una così controversa e densa umanità. Precaria è anche la condizione psicologica di Zelda Fitzgerald, la moglie di Francis Scott, ballerina di talento, pittrice di qualità, scrittrice e musa inquieta del più famoso marito (cui ispira alcune delle migliori pagine di quel capolavoro che è Tenera è la notte). In Lasciami l’ultimo valzer, Zelda si mette alla prova con la biografia di Alabama Beggs, bella e spregiudicata ragazza del Sud degli Usa, che insegue passione d’amore e ispirazione d’arte in giro per l’Europa. Alabama è Zelda. E Zelda svela i suoi più irrequieti tormenti, sino alle soglie della follia, dietro il fragile paravento di Alabama. Il gioco di specchi è assoluto. Forte d’una solida esperienza di attrice (devi sapere diventare il tuo personaggio), Anna Kanakis, nel suo romanzo d’esordio, Sei così mia quando dormi, racconta l’ultimo amore della grande George Sand, l’amica di Flaubert, Balzac e Chopin, la letterata inquieta che scandalizzava la Parigi dell’Ottocento. E ne sa descrivere con maestria di linguaggio l’intenso legame con il molto più giovane Alexandre Manceau: ispiratrice, amica, amante, assistente tenerissima del ragazzo che si avvia alla morte per tisi. L’introspezione psicologica è raffinata e sottile, le parole sapienti e leggere. Una Sand inconsueta, rivelata da uno sguardo particolarmente partecipe. Sta nello sguardo originale, d’altronde, il segreto di una biografia sorprendente. Come quella che un poeta premio Pulitzer, Mark Strand, traccia di quel grande pittore che fu Edward Hopper (caro agli appassionati d’arte italiani anche per le sue mostre recenti, a Milano e a Roma). Realista americano, Hopper? Strand legge altro. E se la vita d’un artista sta anche e soprattutto nei segreti delle sue opere, ecco che Strand, del pittore, svela inediti sentimenti, rileggendo le lame di luce che schiariscono volti di solitudine e spaesamento e portano alla ribalta anche l’anima più nascosta di luoghi che, dietro l’apparenza della quotidianità storicamente datata (un bar, un distributore di benzina, una villa sulla spiaggia, l’interno d’una stanza) parlano di un tempo fuori dal tempo, sfiorando l’eternità. Là dove poesia e pittura si incontrano. E continuano a essere arte di tutti.
Antonio Calabrò
Leggi l’articolo tratto da Il Mondo, pg. 88 in PDF
© Il Mondo, 2 Luglio 2010 www.ilmondo.rcs.it