Noi siamo le nostre parole. La politica è fatta di parole. E di parole si nutre l’informazione. Parole poetiche dicono amore e dolore. Le parole della pubblicità intessono la trama della nostra vita quotidiana. Ci vogliono intelligenza, cultura e libertà, perché le parole che fanno vivere e connotano tempi, cose, valori, sentimenti e sogni abbiano pienamente senso. La parola stabilisce le relazioni di cui vive una comunità, come si teorizza fin dai tempi di Aristotele. La parola è potere. E dignità. In principio c’era la parola?, si chiede Tullio De Mauro, uno dei maggiori linguisti europei. Per rispondere che al di là di alcuni strumenti (la voce, comune a tanti individui animali, come mostra l’abbaiare di un cane) e di alcuni segni, è con la parola che la persona afferma se stessa, membro di una comunità, attore della pólis.
In un percorso intellettuale che va dai filosofi greci a Wittgenstein, Borges e Calvino, sino alla nostra Costituzione, De Mauro insiste sul sistema delle parole e della lingua, socialmente condizionata e condizionante, elemento fondante della democrazia, nel discorso pubblico informato e dunque consapevole, critico. Ne deriva l’importanza della libertà di formazione: «Spendere in scuola e in educazione è un investimento per la democrazia». C’è un’altra parola chiave, in questo contesto: pluralismo. Molteplicità di voci, opportunità di costruire autonomi consensi e dissensi. Come? Lo spiega Michele Polo, economista della Bocconi, in Notizie S.p.A. Pluralismo, perché il mercato non basta. Fuori dai recinti della propaganda e dei luoghi comuni, si traccia un’analisi documentata del contesto mediatico italiano, con attenzione alla prevalenza dell’informazione tv e si suggeriscono vincoli «per evitare che, nel singolo mercato, un solo operatore possa raggiungere una posizione dominante», stimoli per la formazione di gruppi multimediali in regime di concorrenza, interventi sulla proprietà dei media che limitino «i soggetti portatori di interessi fortemente condizionati dalla politiche pubbliche» nell’assumere ruoli determinanti in aziende editoriali. Ma non solo di norme, si tratta. Quanto anche e soprattutto di una cultura dell’autonomia e dell’indipendenza degli attori dell’informazione e di una profonda coscienza critica della società civile. Un’attitudine che Polo trova scarsamente diffusa in Italia. Si torna, dunque, alla centralità delle parole libere. La lingua è un mondo mobile, per evoluzioni interne e stimoli esterni, in una costante interazione con i processi sociali, che incidono su grammatica e sintassi. Come, lo spiega bene Gian Luigi Beccaria, nelle pagine de Il mare in un imbuto (bella immagine presa in prestito da Italo Calvino): conoscere i mezzi espressivi, usarli anche per saper distinguere il falso dal vero è strumento essenziale di affermazione di sé e dunque di socialità aperta. Anche la pubblicità è linguaggio: per orientare consumi e scelte. Decrittarlo, aiuta a vivere meglio, con maggiore consapevolezza.
Essenziali, in questa direzione, le undici interviste raccolte da Silvio Saffirio, uno dei più importanti pubblicitari italiani, in Gli anni ruggenti della pubblicità: attraverso i giudizi e le esperienze dei maggiori protagonisti del settore (da Emanuele Pirella a Marco Mignani, da Anna Scotti a Maurizio D’Adda, etc.), si snoda un percorso di grande spessore culturale e sociale. La parola è continua creatività. Che chiede, appunto, libertà.
Antonio Calabrò
Leggi l’articolo tratto da Il Mondo, pg. 72 in PDF
© Il Mondo, 25 Giugno 2010 www.ilmondo.rcs.it