Scrivere di mafia. Per provare a capire meglio quell’intreccio tra Cosa Nostra, politica e parti dello Stato che ha avvelenato la democrazia italiana, dalla strage di Portella delle Ginestre nel 1947 a oggi. Ma anche per ricordare i politici, i magistrati, i poliziotti e i carabinieri, i giornalisti, gli imprenditori che contro la mafia hanno fatto argine, in nome della legalità, pagando spesso le loro scelte con la vita. Come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Adesso che nuovi fatti e più approfondite riflessioni hanno fatto riaprire le indagini sulle stragi del maggio e del luglio ’92, vale la pena leggere le documentate pagine di Alfio Caruso, in Milano ordina: uccidete Borsellino. Lì c’è una descrizione dei poteri disturbati dalle inchieste di Falcone (andato via da Palermo per sfuggire all’isolamento cui lo avevano costretto una città maligna e una parte del Palazzo di Giustizia scarsamente sensibile alle vere indagini su mafia, affari e politica, ma rimesso in gioco a Roma come direttore di una sezione chiave del ministero di Grazia e Giustizia guidato da Claudio Martelli e come probabile nuovo Procuratore nazionale Antimafia). E soprattutto si insiste sugli ambienti dell’economia e della finanza (simboleggiati in quel «Milano») che proprio Borsellino, d’intesa con Falcone, aveva messo sotto osservazione. Mafia siciliana. Protezioni politiche romane. Interessi milanesi. Proprio mentre, in quel drammatico ’92, tra crisi economica e Tangentopoli, stava mutando il quadro dei poteri italiani, tramontavano vecchi assetti, si preparavano nuovi protagonisti. La mafia guidata da Totò Riina, abbandonando la strategia della complicità silenziosa con partiti di governo e apparati pubblici, scelse lo scontro, la sfida terrorista. Ma si trattava solo di mafia? Chi, fuori dalla mafia, ispirava i boss corleonesi nella svolta delle bombe, tra il ’92 e il ’93? Chi sono stati, i mandanti occulti di tanta violenza? Se lo chiede anche Salvo Palazzolo, ne “I pezzi mancanti. Viaggio nei misteri della mafia“, provando a raccontare dove sono finite l’agenda di Ninni Cassarà, gli appunti di Peppino Impastato, i documenti del computer di Falcone, gli appunti di Borsellino e «tutte le altre prove trafugate da infedeli servitori dello Stato». Trame di segreti e di morte (di cui si può leggere anche in altri buoni libri, come Mafia di Attilio Bolzoni, Terre profanate di David Lane, Il raccolto rosso 1982-2010 di Enrico Deaglio). E rapporti ancora da chiarire, controversi, sorprendenti, come quelli rivelati da un giornalista ben informato come Francesco La Licata e da Massimo Ciancimino, figlio di uno dei più noti e discussi politici siciliani legati alla mafia, in Don Vito. Le relazioni segrete tra Stato e mafia nel racconto di un testimone d’eccezione. Relazioni per mettere fine alle stragi, ma anche per agevolare un cambio di leadership all’interno di Cosa Nostra, con gli arresti dello stragista Riina ma anche del «moderato» Provenzano. L’ambiguità regna sovrana. E d’una straordinaria ambiguità, d’un originale e inquietante gioco delle parti si nutre il bel romanzo di Enzo Russo, Niente per cui morire. Palermo mafiosa e Roma complice, sullo sfondo. In scena, questori onesti e oscuri uomini dei Servizi, boss e «malacarne». Relazioni pericolose, tra Stato e mafia. Che la letteratura, visionaria, illumina talvolta ben più lucidamente di una parziale cronaca giudiziaria della realtà.
Antonio Calabrò
Leggi l’articolo tratto da Il Mondo, pg. 73 in PDF
© Il Mondo, 18 Giugno 2010 www.ilmondo.rcs.it