la sconfitta. Di un vecchio attore che non sa più reggere la magia dell’interpretazione. Di un investigatore che non riesce a salvare una vittima designata. Di un monsignore. Dei protagonisti di un’acrobatica storia d’amore che da virtuale non sopporta la prova della realtà. La sconfitta e la morte. La sconfitta e la fatica di una sopravvivenza mutilata, di una fragile umanità. Philip Roth ne è, come sempre, maestro sublime. Ne L’umiliazione racconta il dramma di Simon Axler, uno dei più popolari attori della sua generazione, che scopre di non saper più recitare. Non entra nei personaggi. Non ricorda le parti. Non regge lo stress. Superata la linea d’ombra dei sessant’anni, subisce una crisi di identità che si trasforma in acuta depressione. E non trova salvezza neppure in una storia d’amore, per una donna di vent’anni più giovane, che lo illude, lo usa, lo abbandona, lo stronca.
La riflessione sull’identità frantumata diventa metafora di un più generale disagio esistenziale. E il teatro, rappresentazione della vita, sa solo suggerire, come nel Gabbiano di Cechov, la via d’uscita della morte. Quella sì, straordinaria interpretazione d’attore che, fingendo, sa fare profondamente sul serio: «Ce l’aveva fatta, il famoso mattatore, tanto osannato un giorno per al forza della sua recitazione, l’uomo che ai suoi tempi riempiva i teatri delle folle che accorrevano a vederlo». Addio. È una cerimonia degli addii quella che chiude anche le pagine di Le ho mai raccontato il vento del Nord, di Daniel Glattuaer, romanzo epistolare ai tempi di internet, scambio di email che, cominciato per caso tra Emma Rothner e Leo Leike, dà vita a un travolgimento amoroso che sconvolge la fantasia e i sentimenti dei protagonisti. Come si passa dalla virtualità alla concretezza degli incontri? E come può una fascinazione di parole diventare amore di sorrisi, di occhi, di corpi? La conclusione è molto amara. Scende il silenzio. Le finzioni si trasformano in tragedia, tanto annunciata quanto non evitata, nell’ultimo romanzo del sempre prolifico Andrea Camilleri, La caccia al tesoro: il commissario Montalbano, invecchiato pure lui (e dunque in difficoltà con la propria identità) inciampa in un gioco sadico di annunci, in un incrocio di coincidenze crudeli che, attraverso due bambole gonfiabili truccate secondo canoni d’arte iperrealista, conduce a un vero delitto. Lettere misteriose, indovinelli, smascheramento mortale. Quando la finzione diventa realtà, pure in questo caso, la condizione umana rivela il suo lato più doloroso. Quello, appunto, di una sconfitta.
Perdono la loro partita e si perdono i protagonisti de Prima di morire addio, vecchio racconto di Fred Vargas (pubblicato a Parigi nel 1994, prima che la scrittrice diventasse famosa in Europa) riproposto in Italia da Einaudi: un monsignore custode dei segreti della Biblioteca Vaticana, un editore antiquario francese sulle tracce di un disegno inedito di Michelangelo, una donna bellissima dall’oscuro passato, un gruppo di ragazzi che, recitando, non si rendono conto di interpretare un’efferata realtà di intrighi e passioni. Il racconto giallo è come sempre ottima veste per svelare torbidi intrecci di interessi e illusioni. E anche il più lucido e disincantato degli investigatori, Richard Valence, non può che arrendersi, travolto dalla memoria e dall’incapacità di capire, fino in fondo, il conflitto che lo sconvolge. L’ennesimo sconfitto.
Antonio Calabrò
Leggi l’articolo tratto da Il Mondo, pg. 66 in PDF
© Il Mondo, 11 Giugno 2010 www.ilmondo.rcs.it