“Irredimibile”, scriveva Leonardo Sciascia, a proposito della Sicilia. Terra lacerata da contraddizioni e cattivo governo. Segnata dalla violenza mafiosa. Restia alla modernità. Metafora di un degrado civile che rischiava di contagiare l’intero paese: “La linea della palma sale sempre più verso il Nord…”. Irredimibile davvero, ancora oggi, la Sicilia? E condannato alla marginalità, tutto il Sud, rispetto allo sviluppo europeo? Le cronache che affollano le pagine dei giornali potrebbero pur confermare il pessimismo razionale della visione di Sciascia. Ma proprio scorrendo le pagine dello scrittore, ci si può fare forti di un suo severo ammonimento: “Forse davvero la Sicilia richiede un supplemento di rigore, per capire la realtà”. Il rigore di chi, l’Isola e il Mezzogiorno, deve interpretarli. E di chi, al di là dei drammi sociali e politici in corso, intende progare a cambiarli. Rigore della ragione, per leggere, nella controversa quotidianità, le pur timide e contrastanti spinte di cambiamento. E rigore del governo, per capire che la Sicilia e il Sud, ricche di vitalità, di intraprendenza, di intelligenza, sono sì un fattore di crisi dell’intera Italia, ma anche un’opportunità di crescita e di cambiamento. Interpretando correttamente, d’altronde, la stessa parola “crisi”: selezione, trasformazione. E, perché no?, presupposto di metamorfosi.
La Sicilia è terra di palme, appunto. Ma anche di cactus, piante spinose, respingenti, ma a modo loro quanto mai vitali: nel loro cuore, conservano l’acqua e la vita, anche nel deserto. E se il Sud sembra deserto, le persone di buona volontà che ne hanno a cuore le sorti (e di conseguenza, guardano alle sorti di un’Italia mediterranea ed europea) non devono dimenticare la grande lezione di Hanna Arendt: fare in modo che il deserto non invada le oasi.
Quali oasi? Le battaglie per la legalità degli imprenditori siciliani e meridionali, che hanno conquistato tutta intera Confindustria all’impegno per un codice etico contro mafia, camorra, corruzione e malaffare. Quelle dei giovani che, pur emigrando numerosi, non si rassegnano al pensiero della fuga e progettano reti di competenze e persieri riformatori.
Per quanto sia poco di moda, di Sicilia, di Sud, di antimafia, bisogna continuare a scrivere, si abiti a Napoli o a Milano, a Londra o a Palermo. E per il Sud bisogna continuare a pensare idee che abbiano nome di merito e non di clientele, di mercato ben regolato e non di appartenenze familistiche e complici con il dissesto dell’illegalità, di competizione di valori e imprese e non di scelte parassitarie. Un supplemento di rigore, appunto. E di buon capitale civile.
Antonio Calabrò
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© Corriere del Mezzogiorno, 28 Maggio 2010 corrieredelmezzogiorno.corriere.it