Nel nome dei nostri padri… Per imparare regole di vita, doveri e dispiaceri, severità e fragilità di comportamenti, scoperte del viaggio, gusto dell’ironia. Padri maestri, di scelte e, perché no? di errori. Figli, segni d’apprendimento, ma anche, a loro volta, attori di una possibile lezione d’una migliore qualità dell’esistenza. Paternità, insomma, come dialettica. Sta proprio qui il gioco tra i due protagonisti di Niente lupi, romanzo lieve, ironico e sapido di Giuliano Zincone: Rolando Luna e suo figlio Filippo, l’uno aristocratico siciliano viveur, disincantato e pur sempre incline all’avventura amorosa e l’altro trentenne capitano dell’esercito, mediocre per carriera e relazioni, ma comunque colto e curioso. Tra i due il dialogo avviene a distanza, per lettera. E prende le mosse dalla misteriosa morte di una bella sconosciuta, intravvista da Filippo sul Ponte dell’Accademia, a Venezia. La ricerca della chiave di quella scomparsa rinsalda la relazione tra i due investigatori per caso. E serve a riannodare i fili di un rapporto familiare che s’era slabbrato, a riflettere sui nessi tra l’essere padre e l’essere figlio, sulla relatività delle età della vita, sugli affetti che, come fiume carsico, ricompaiono, forti della memoria, irrobustiti dalla sincerità di un confronto attuale. Con una forte, originale figura paterna fa i conti Bice Biagi, nelle pagine di In viaggio con mio padre. Un viaggio reale, che porta Bice e la sorella Carla in giro per l’Italia, per partecipare a dibattiti, incontri e cerimonie di commemorazione di Enzo Biagi, uno dei maggiori giornalisti del Novecento, morto nel novembre del 2007. E un viaggio nella memoria, di una famiglia in cui proprio quel padre, assente di frequente per motivi di lavoro, era presentissimo nella costruzione di un insieme di regole, comportamenti, consuetudini che rendevano il lessico familiare e il sistema dei valori comuni (severità, gusto della libertà, rispetto umano, autonomia, responsabilità) un codice sempre attuale, da continuare a tramandare di generazione in generazione. Quanti modi ci sono, d’essere padre? Maurizio Quilici si cimenta in un’impresa che ha rari cultori, una vera e propria Storia della paternità . Dal pater familias al mammo, cercando di ricostruire gli archetipi della figura paterna nei miti greci e asseverare le sue trasformazioni nel corso del tempo, passando da Sant’Agostino a Montaigne, da Rousseau a Freud e Jung, dal Kafka della Lettera al padre all’attualità di famiglie in cui i ruoli di padre e madre si scompongono e si ricostruiscono in forme inedite, in cui l’autorità paterna e l’accoglienza materna tendono a esprimersi in nuovi circuiti di relazioni amorose e valori vitali. Proprio quei valori che convincono il professor Agatino Lorenti, disincantato protagonista de L’uomo che non voleva essere padre di Giuseppe Quatriglio, ad accettare, in tarda età, l’acquisizione di un ruolo di guida d’una ragazza figlia di una donna con cui il vedovo si ricostruisce una vita. Sullo sfondo, il mutare dei tempi da una Catania provinciale dell’Italietta primi Novecento (in cui vive un omonimo del professore) a una Roma travagliata dagli spaesamenti globali dell’inquietudine contemporanea. Paternità è tramandare la vita, nonostante tutto. E lasciare, di persona in persona, traccia di un’umanità che cambia e si arricchisce, in un gioco complesso di memoria e futuro. Nel segno dei padri. Nelle scoperte dei figli.
Antonio Calabrò
Leggi l’articolo tratto da Il Mondo, pg. 97 in PDF
© Il Mondo, 21 Maggio 2010 www.ilmondo.rcs.it