Che cosa c’entrano le vespe di Panama con Immanuel Kant? Le vespe sono ospitali e indicano, in tempi di mutamento, la strada della comprensione e di una nuova civiltà, appunto quella della cittadinanza mondiale, indicata dal grande filosofo tedesco. L’originale sintesi sta nelle pagine de L’etica in un mondo di consumatori, di Zygmunt Bauman, che parte da una recente indagine della Zoological Society di Londra (il 56% delle vespe e delle api operaie sotto osservazione aveva cambiato alveare) per smentire il dogma del circolo chiuso della colonia che riconosce ed espelle l’estraneo e rileggere, in modo critico, le teorie e le pratiche delle chiusure verso «l’altro» che affliggono le nostre società in preda alla paura da globalizzazione. «In ogni Paese, oramai, la popolazione è una somma di diaspore», spiega Bauman. E l’obiettivo non è definirsi favorevoli o contrari alle interdipendenze globali (avrebbe senso porsi la domanda rispetto a un’eclissi solare o a un fenomeno naturale inarrestabile?) ma trovare una nuova cultura per capire i fenomeni in corso nella società liquida e governare gli squilibri della globalizzazione stessa. Non gli imperi terrorizzati dall’aggressione del terrorismo e inclini alle semplici, rassicuranti e inutili risposte militari e alle esclusioni, ma una nuova civiltà dei diritti e dei doveri. In cui l’Europa, continente abituato alle molteplicità e alla democrazia e formato sugli ideali della rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, fratellanza) può ritrovare un suo ruolo: «Non possiamo realmente difendere le nostre libertà qui in patria barricandoci contro il resto del mondo e badando solo agli affari nostri». Su un’analoga linea culturale si muove Jacques Attali in Sopravvivere alla crisi. Sette lezioni di vita, una vera e propria guida alla sopravvivenza in un ambiente ostile, una teoria dell’adattamento al cambiamento, senza rinunciare ai propri valori: rispetto di sé, intensità per le proiezione nel lungo termine, empatia (mettendosi al posto degli altri), resistenza, creatività, ubiquità, pensiero rivoluzionario. L’esatto contrario d’un pensiero chiuso, integralista. Un pensiero riformatore, piuttosto, che ridefinisca i rapporti tra capitalismo e democrazia alterati da una crescente tendenza al consumo irresponsabile, a debito, incompatibile con criteri di sostenibilità ambientale e sociale nelle varie aree del mondo. Come? Lo spiega Benjamin Barber in Consumati. Da cittadini a clienti: occorre superare la tendenza alla infantilizzazione necessaria a un consumismo compulsivo ma negatrice di ogni pensiero critico e responsabile. E ritrovare il senso dei valori civili. Frenare la pulsione dell’ io voglio e cercare di coniugare interessi legittimi con doveri sociali, soddisfazioni private con sguardo comprensivo rivolto all’altro. Rileggere gli stessi paradigmi della democrazia liberale e dell’etica di mercato, da rinnovare alla luce dei nuovi bisogni globali. C’è da riformare anche la comunicazione, naturalmente. Come documentano Paolina Testa e Federico Unnia in Pubblicità: i vizi capitali. Non c’è capitalismo nè crescita economica senza consumo. E non c’è consumo senza pubblicità. Il problema sta nella misura. E nell’equilibrio dei consumi stessi. Con un occhio ai beni collettivi, oltre che a quelli individuali. E agli orizzonti lunghi dello sviluppo, al di là della frenesia consumista. Un vizio, appunto, da cui guardarsi.
Antonio Calabrò
Leggi l’articolo tratto da Il Mondo, pg. 63 in PDF
© Il Mondo, 14 Maggio 2010 www.ilmondo.rcs.it