Le crisi sono traumatiche, sconvolgenti. Rompono vecchi equilibri. Ma contemporaneamente fanno maturare nuove opportunità. Trasformazioni, spesso dolorose, cariche di costi sociali. E mutazioni, per un miglior futuro possibile. La buona letteratura aziendale aiuta a capire e a scegliere come cercare, nel mare tempestoso, una rotta originale e scoprire inusuali porti d’approdo. Quasi quasi mi licenzio è il titolo provocatorio e stimolante di una raccolta di riflessioni elaborate da Roberto D’Incau, cacciatore di teste e da Rosa Tessa, giornalista, secondo il filone di pensiero, via via più diffuso, secondo cui «non è mai troppo tardi per cambiare vita».
Nelle pagine, le storie di Patrizia, che lascia un lavoro da contabile per aprire un negozio d’oggetti per la casa alle Cinque terre, trovando nuovi equilibri di mestiere e di affetti; di Marzia, da art buyer a imprenditrice a Malindi; di Giulio, da imprenditore a consulente; di Giovanna, da pr a insegnante di italiano in Libia e di tanti altri che, proprio per sfuggire alla crisi, si mettono radicalmente in discussione e intraprendono attività originali, dando finalmente ascolto a vocazioni e attitudini rimaste a lungo dormienti. Storie di metamorfosi, insomma. Su una strada analoga si muovono Paolo Gila, giornalista e Vito Frugis, psicologo esperto in family business, con Inventarsi un’impresa: come ripartire da se stessi e mettersi in proprio. Valutazioni strategiche su come cambia il lavoro. E consigli concreti, su come mettere in piedi e gestire un’attività imprenditoriale in cui cercare non tanto il successo economico, quanto la propria realizzazione, con creatività, ma anche con rigore organizzativo e flessibilità rispetto ai mutamenti dei mercati e ai bisogni dei propri clienti. Il cambiamento è generale: Dall’impresa-macchina all’impresa-persona, notano Armando Savini, Antonio Ragusa e Lella Cassani, spiegando come «ripensare l’azienda nell’era della complessità». I processi standardizzati cedono il passo a forme e relazioni in cui valorizzare proprio le qualità degli individui, la forza del lavoro di squadra, la partecipazione responsabile, il contributo critico e dialettico dei pensieri più creativi, innovativi. Con una cura particolare per i processi di comunicazione interna: l’azienda è comunità che ascolta i suoi interlocutori e deve soprattutto imparare ad ascoltarsi, per cambiare. Non solo nel mondo dell’impresa privata. Ma anche nella Pubblica Amministrazione. Fannulloni si diventa, scrive Giovanni Valotti, professore alla Bocconi, indicando «una cura per la burocrazia malata».
Il punto di partenza sta nella presa d’atto che pubblici dipendenti sono gli impiegati assenteisti, ma anche i magistrati e i poliziotti antimafia più impegnati. E che nell’amministrazione centrale e locale ci sono fior fiore di competenze che soffronto per il loro cattivo utilizzo. Energie straordinarie, da rimettere in gioco. Riformando processi. Introducendo criteri di premio a responsabilità e merito, dai dirigenti agli impiegati. E dando un senso all’impegno collettivo. Una riforma di procedure, certo. Ma soprattutto un radicale mutamento culturale, di cui ci sono già tracce evidenti, ma sinora parziali e insufficienti. La crisi, anche in questo caso, serve per cambiare. E fare meglio. Nell’interesse dei cittadini, naturalmente. Ma anche di quelli che non chiedono di meglio che ritrovare l’orgoglio di essere davvero servitori dello Stato.
Antonio Calabrò
Leggi l’articolo tratto da Il Mondo, pg. 97 in PDF
© Il Mondo, 23 Aprile 2010 www.ilmondo.rcs.it