Quanti volti ha una storia d’amore? La passione, naturalmente. E il dolore per l’assenza della persona amata. La difesa dell’individualità, di fronte al travolgimento. E la ricerca del diventare un tutt’uno. La forza della volontà di possesso. E la consapevolezza agostiniana del volo ut sis, voglio che tu sia proprio tu, nella tua personalità irripetibile. L’esclusivismo geloso. E il desiderio di dare a chi si ama innanzitutto le ali della libertà. Le storie d’amore si nutrono di antinomie. E di fusione. Di una così fitta serie di molteplicità e contraddizioni la letteratura è la migliore interprete (talvolta, anche alcune canzoni). Nonostante le biblioteche affollate di racconti d’amore, se ne può scrivere ancora? Certo, riscoprendo ogni volta aspetti originali, per una dimensione dell’anima che non smette mai di stupire e coinvolgere. Oran Pamuk ne è maestro. Nelle pagine de Il museo dell’innocenza si parte da un gioco, l’infatuazione di un ragazzo della ricca borghesia di Istanbul, Kemal, per Fusun, una giovanissima parente lontana, povera e bellissima. Ma l’attrazione diventa ben altro, quando Fusun, tradita dalla superficialità del cugino, scompare. E così a Kemal non resta che l’ossessione dell’inseguimento, tentando la riconquista, per lunghi anni. Sino a un drammatico epilogo. L’assenza si riempie di gesti. Di ricordi. E di oggetti, anche minimi (una forcina, una cartolina, una sigaretta spenta, le posate usate dalla ragazza, un fiore reciso), per costruire, simulacro di lei e d’un amore che non intende finire, un vero e proprio museo della felicità intravista, sognata, perduta. Un grande amore è per sempre. Lo racconta anche Jacques Le Goff, il più grande storico europeo del Medio Evo, in un libro intensissimo, Con Hanka, ritratto della moglie con cui aveva condiviso più di quarant’anni di vita, di sentimenti e di idee: «Un libro d’amore e un atto di memoria, ma soprattutto il tentativo di far rivivere, nell’individualità della persona e della sua esistenza, una donna, eccezionale e affascinante». Hanka è un medico, polacca, profondamente legata alle sue tradizioni. Lui uno storico francese, nella tempesta intellettuale dell’inquieto Novecento. Insieme fanno famiglia. E il loro rapporto si nutre di condivisioni quotidiane di sentimenti e opinioni, di trepidazione e rigore per l’educazione dei figli, di gusto per la ricerca intellettuale e di libertà. Uno resta uno. E diventa due. Come avviene per le coppie che hanno il gusto per la discussione aperta, il legame amoroso si nutre anche di libri e scambi di idee. La cornice è l’Europa in mutamento. E la vicenda privata finisce per assumere una dimensione più ampia: l’amore personale fa i conti con la storia pubbica, vissuta bevendo insieme, al mattino, un caffè. Ma c’è anche altro, sotto la voce amore. Il contrasto tra la banalità rassicurante d’una storia tra adulti disillusi e la passione di un nuovo incontro con una persona più vitale e giovane, che anima le pagine di Le piace Brahms? di Françoise Sagan, un classico degli anni Cinquanta ripubblicato da Longanesi, anatomia dell’illusione amorosa e della solitudine. O il modificarsi di una storia dall’ardere del desiderio all’intreccio sottile e resistentissimo delle complicità, delle condivisioni quotidiane e dell’amicizia che fanno di due persone una coppia durevole, raccontata in Due da una sempre sapiente Irène Némirovsky, scrittrice magicamente poetica. Amore? Amori, piuttosto. E la storia continua.
Antonio Calabrò
Leggi l’articolo tratto da Il Mondo, pg. 80 in PDF
© Il Mondo, 16 Aprile 2010 www.ilmondo.rcs.it