Flou

Pubblicato 08-04-2010 da Antonio Calabrò in Articoli

Harvard Business Review Italia Cultura del progetto. E cultura del prodotto. Sta in questa sintesi, continuamente rinnovata, la chiave del design made in Italy, per uno dei settori di maggior peso del nostro “orgoglio industriale”, quello delle imprese dell’arredamento, solide radici nel tessuto produttivo diffuso del sistema Paese, forte vocazione internazionale, non solo nell’export ma anche, seppur timidamente, negli investimenti diretti sui mercati in maggior sviluppo. Rosario Messina, patron di Flou e presidente di Federlegno-Arredo, l’organizzazione confindustriale del settore, alterna preoccupazioni per la crisi in corso a lungimiranti ipotesi di stimolo alla ripresa: “Il fatturato del nostro settore nel 2009 supera di poco i 30 miliardi di euro, con un calo del 20% rispetto all’anno precedente. L’export, un terzo del fatturato, va giù del 23%. Crollano anche le importazioni. I consumi interni calano del 19%, arretrano anche i mercati internazionali in cui avevamo conquistato posizioni d’eccellenza, come il resto d’Europa, gli Usa, la stessa Russia. E anche se il saldo attivo tra esportazioni e importazioni è a tutto vantaggio delle imprese italiane, a conferma della grande qualità, dell’attrattività e della competitività dei nostri prodotti, siamo tutti seriamente preoccupati”.
E’ un mondo di piccole e medie imprese, sapienza artigiana coniugata con gusto spinto per l’innovazione, non solo di prodotto ma anche di processo. Imprese d’origine familiare, spesso dentro strutture distrettuali d’eccellenza, a cominciare dalla Brianza area cardine per tutta l’industria italiana. Aziende dinamiche. Ma anche fragili, per problemi organizzativi e finanziari, abituate da sempre a stare sul mercato, però deboli rispetto alle nuove dimensioni globali dell’economia, che richiedono grandi investimenti in logistica, marketing, innovazione, ricerca. Si sono sviluppate, nel corso del tempo, senza aiuti pubblici (mai avuta, una “rottamazione del mobile”). Ma adesso in difficoltà. E per ogni piccola azienda che chiude i battenti, si perdono competenze, professionalità, ricchezza, Si indebolisce lo stesso tessuto culturale e sociale che ne ha permesso lo sviluppo.
Messina ha un’idea, elaborata insieme a Carlo Guglielmi, presidente del Cosmit, la struttura che ogni anno organizza a Milano il Salone del Mobile, uno degli eventi principali a livello internazionale (ogni anno, centinaia di migliaia di visitattori qualificati, l’appuntamento europeo di maggior tendenza sulle evoluzioni degli stili di vita dell’abitare): una sorta di “piano Marshall” per salvare l’industria italiana del mobile.
Di che si tratta? Non di incentivi ai consumatori per cambiare il vecchio divano, i vecchi tavoli, le vecchie lampade, ma di un progetto per rifare, ristrutturare, riarredare uffici pubblici, strutture collettive (scuole, università, etc.), alberghi, centri congressi, puntando sul design per rinnovare il volto dell’Italia. Una scelta di attrattività, a vantaggio degli italiani e dei turisti. Ma anche un programma di sostenibilità ambientale, giocando con prodotti eco-compatibili, riciclabili, in grado di consumare meno energia sia nelle fase di produzione che nelle stagioni del loro utilizzo.
“L’impresa italiana dell’arredamento – sostiene Messina – è sempre stata molto innovativa, nel disegno, nella ricerca del comfort, nell’impiego dei materiali. Abbiamo resistito alla concorrenza europea, ma anche a quella cinese, proprio puntando sull’innovazione. E adesso il sostegno pubblico al settore, proprio alle imprese che investono in qualità, ricerca e sviluppo, che innovano e crescono, è una strategfia necessaria, non in chiave di assistenza, ma in una seria prospettiva di crescita economica e di migliore competitività”.
La sua Flou ne è un buon esempio. Fabbrica a Meda, nel cuore del distretto del mobile, alle porte di Milano, 40 milioni di euro di fatturato, un marchio di successo nazionale e internazionale, sì è affermata, fin dagli anni Settanta, con un oggetto di grande design, il letto “Nathalie” progettato da Vico Magistretti. “Lo produciamo ancora, sempre quello, ma via via perfezionato, adattato alle evoluzioni dei consumatori, arricchito in 15 varianti”, spiega Messina. E aggiunge: “Non fabbrichiamo letti, ma sistemi per dormire, per riposare, per vivere comodamente la casa. E ogni nuovo oggetto è frutto di uno studio accurato delle nuove esigenze dell’abitare, adattandosi all’evoluzione di consumi e costumi. Cercando sempre la miglior qualità possibile”. Qualità del prodotto. E del produrre, in conformità con gli standard ambientali internazionali più esigenti.
“Siamo industria. Ma continuiamo a investire per valorizzare tutte le caratteristiche di alto artigianato della tradizione italiana del mobile”, sostiene Messina. Occhio attento all’ergonomia, per la massima comodità possibile. Cura estrema per i materiali, dai fogli interi di ebano, un legno pregiatissimo, agli speciali tessuti metallici, dall’ottone brunito ai sistemi di ferramenta tecnlogicamente avanzati, comodi e sicuri”. E impegno per la durata dei prodotti: “Strutture più spesse e robuste, un’idea di fondo di solidità, affidabilità, qualità della vita, appunto”.
La crisi in corso, a giudizio di Messina, è dura e destinata a incidere pesantemente sul tessuto produttivo nazionale. Ma la crisi è anche un’opportunità. Di trasformazione, di miglioramento, si selezione per reggere la concorrenza. “Noi italiani siamo sempre stati bravi a crescere, cambiare, migliorare. Il design è la nostra arma migliore, per una competitività contemporanea. Ce la stiamo mettendo tutta, con orgoglio e determinazione. Allo Stato e alle Regioni, alla Lombardia patria dell’arredamento d’eccellenza, chiediamo solo di non essere abbandonati, nella nostra sfida d’innovazione. L’industria manifatturiera italia, d’altronde, è patrimonio collettivo. Garanzia di futuro”.

Antonio Calabrò

© Harvard Business Review Italia, 2 Aprile 2010 www.hbritalia.it/

L'autore: Antonio Calabrò

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Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, nato a Patti (Messina) nel 1950, vive e lavora a Milano e Roma. Attualmente è Direttore "Corporate Culture" del gruppo Pirelli e Direttore della Fondazione Pirelli. Precedentemente è stato Direttore Affari Istituzionali e Relazioni esterne di Pirelli & C., ha diretto l’agenzia di Stampa Apcom, è stato editorialista economico de “La7”, direttore editoriale del gruppo Il Sole 24 Ore e vice-direttore del quotidiano. Ha lavorato a La Repubblica, Il Mondo e L’Ora, ha diretto il settimanale Lettera Finanziaria e il mensile Ventiquattro. E' membro del Consiglio di Presidenza di Assolombarda, con la responsabilità per la Cultura d'impresa e la Sostenibilità. Fa parte del consiglio di amministrazione di Nomisma e dei board di numerose società e Fondazioni. Insegna all’Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano. Ha scritto e curato parecchi volumi, tra cui "Cuore di cactus", "Orgoglio industriale", "Intervista ai capitalisti", "Agnelli, una storia italiana" e "Dissensi - Sulle orme di Bartleby".

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