da “Bartleby, preferirei di no” di Antonio Calabrò – 19/02/2004
Il riformismo? Per dirla con le parole di Giuliano Amato, è provare a costruire “un mondo più giusto”. Fuor di slogan, vuol dire “dare a ciascuno la possibilità di fare un mutuo, avere un figlio e trovargli posto in un asilo, fare affidamento su una pensione”. Una vita dignitosa, insomma. Un progetto per il futuro. Una sicurezza per i tempi del declino. Non sono frasi che fanno sognare, naturalmente. Ma parlano al cuore, in tempi incerti come quelli che stiamo vivendo, più della retorica delle palingenesi e delle rivoluzioni. In questa stagione così densa di inquietudini e di incertezze, vale la pena mettere i piedi per terra e fare i conti con i bisogni certi, semplici, perfino un po’ elementari. Il riformismo è confrontarsi con il principio di realtà. E dare risposte possibili.
Giuliano Amato è un uomo di centrosinistra. Ma gli obiettivi che ha indicato potrebbero benissimo essere convidisi anche da un uomo di centrodestra con coscienza retta e forte senso di umanità. Si può divergere sugli strumenti e sui tempi necessari a raggiungere quegli obiettivi. Difficile, invece, non concordare su due giudizi di fondo: la società italiana ha bisogno di riforme che la rendano contemporaneamente più efficiente, competitiva ed equilibrata; quelle riforme devono provare a rispondere alla sensazione diffusa di insicurezza che rende fragile e disagiato il presente e precario il futuro. Quel che non serve, insomma, è una società immobile, con i suoi limiti, le sue pigrizie, i suoi vizi. Bartleby è netto: “Preferirei di no”.
Al di là della discussione sul fatto che l’Italia sia diventata più ricca o più povera (una polemica troppo carica di contrapposizioni politiche in salsa elettorale), chi passa il tempo ad ascoltare gli umori diffusi tra le persone (non tra “la gente” o “il popolo”, categorie che Bartleby trova un po’ astratte e usate spesso in modo ideologico) e cioè tra uomini e donne che lavorano e fanno la spesa al supermarket, ragazzi che studiano, padri e madri alle prese con la difficile stagione dell’adolescenza dei figli e figli in cerca di valori d’autonomia e di identità, anziani bisognosi d’una ragione per sentirsi utili, vecchi carichi di saggezza ed esperienza e purtroppo poveri d’ascolto, chi insomma come Bartleby lo scrivano vive la vita quotidiana, sente crescere da tempo una generale condizione di inquietudine, di spaesamento, appunto di insicurezza. Una sensazione di fondo di precarietà, uno smarrimento di fronte al futuro, una radicale incertezza. Una crisi di fiducia, per dirla in una sola frase. Che smorza ogni pensiero forte sul tempo che verrà e amplifica oltre ogni misura concreta il disagio dell’aumento del prezzo delle zucchine (comunque troppo care) e del conto per la pizza e la birra del venerdì (comunque sempre meno alla portata del reddito dei giovani studenti o d’una famiglia di quattro persone).
Sui motivi del disagio Bartleby ha letto parecchio e non sta qui a ripercorrere quello che sta scritto da tempo sui giornali e in libri attenti e carichi d’intelligenza (Zygmunt Bauman, per citare un solo autore da consultare con attenzione). Vuole solo ricordare che la condizione di spaesamento non è solo italiana, ma investe in pieno la Francia e la Germania. E aggiunge che qui da noi c’è un elemento di fondo sul quale vale la pena riflettere, in nome di un buon riformismo: la sensazione del “declino”. Un declino che parte da lontano, almeno dagli stessi anni Novanta che sembravano così luminosi e densi di successi e di impetuosa crescita economica e che non può dunque essere addebitato né solo ai governi che si sono succeduti né tutto al centro-destra o al centro-sinistra.
E’ un declino che affonda le sue radici – riecco il riformismo – nelle riforme che l’Italia non ha saputo fare. Quelle che avrebbero dovuto portare a forti investimenti nella formazione e nella ricerca (non il misero 1% del Pil con cui ancora facciamo i conti), nella definizione di un mercato del lavoro flessibile sì ma non precario nel lungo periodo (proprio quello che oggi investe un paio di intere generazioni, mai messe in grado di fare su di sé un progetto di mestiere e di vita di ampio respiro), nella costruzione di un “welfare” che non si limiti alle pensioni, ma guardi al complesso dei servizi per le famiglie, i ragazzi con forte disagio di inserimento, gli anziani. Nella realizzazione di una migliore condizione di vita che faccia capire perché mai si paghino le tasse, per quali servizi e, con senso di responsabilità redistributiva, a vantaggio di chi.
Bartleby lo sa bene: l’elenco si può ancora allungare. La sintesi, però, nella percezione della vita quotidiana, è presto fatta: i padri temono che i loro figli non abbiano un futuro migliore del loro, i figli guardano con inquietudine il futuro. Tutto qui? Non è affatto poco. Ha ragione Amato: un mutuo, una pensione, un asilo.