C’è un’antica vigna di zibibbo, vecchia più di un secolo, sulle colline di Kamma che degradano verso il mare di Pantelleria, testimonianza rarissima della viticoltura mediterranea, prima che i parassiti della fillossera, alla fine dell’Ottocento, distruggessero ettari su ettari di vigneto e costringessero i coltivatori a innestare le viti sul più resistente “piede americano”. Scoperta dai Rallo di “Donnafugata” nel 1999 e riportata in produzione (la prima vendemmia è del 2006), quella vigna dà grappoli di zibibbo densi e straordinariamente zuccherini, ottimi per i vini passiti, il Ben Ryé e il Kabir. E proprio attorno alla vigna, nasce una nuova cantina “Donnafugata” e si allarga un giardino mediterraneo circondato da muretti a secco e arricchito da aranci secolari (il “giardino pantesco” è stato regalato al Fai nel 2008). Tradizione che vive.
Modernità che avanza: ci sono impianti di lavorazione e refrigerazione d’avanguardia, a controllo digitale, distese di pannelli fotovoltaici per la produzione d’energia, cantine dove l’acciaio scintillante dei recipienti si alterna al legno di rovere delle botti d’invecchiamento. E proprio in questa sintesi di memoria e futuro, cultura contemporanea di industria manifatturiera alimentare e cura estrema per la qualità dei prodotti e la sostenibilità ambientale delle produzioni, c’è la chiave del successo di un’impresa siciliana che può fare da esempio della buona industrializzazione meridionale, testimonianza di “orgoglio industriale”, paradigma per altre imprese, segno di sviluppo possibile.
“Donnafugata” ha vigneti e cantine a Contessa Entellina (nella valle del Belice tra Palermo e Trapani), a Marsala e Pantelleria. Fattura quasi 17 milioni di euro. Esporta un quarto dei suoi vini (i marchi più noti: i bianchi “Lighea”, “La Fuga”, “Vigna di Gabri” e “Chiarandà”, i rossi “Sedara”, “Angheli”, “Tancredi” e “Mille e una notte”, i dolci “Kabir” e “Ben Ryé”) in 48 mercati esteri, soprattutto in Germania, Svizzera, Usa e Giappone e sperimenta nuovi prodotti (le grappe, l’olio). “Siamo una famiglia che lavora nell’industria vinicola dal 1850. Siciliani con solide radici. E della Sicilia abbiamo sempre cercato di interpretare l’anima più attiva e intraprendente: gente fiera delle sue radici ma contemporaneamente aperta al mondo, all’innovazione, ai valori che legano industria e cultura”, spiega Giacomo Rallo, che con i figli Josè (controllo di gestione, marketing e comunicazione) e Antonio (produzione e vendite) manda avanti l’azienda e, anno dopo anno, progetta una nuova iniziativa, apre un nuovo mercato, coltiva con determinazione progetti di crescita.
Nello scarno panorama di imprese industriali meridionali, l’agroalimentare è uno dei pochi settori che producono ricchezza, occupazione e sviluppo. E il vino ne è componente di assoluto rilievo. Gli esempi, oltre “Donnafugata”? Tanto per fare solo alcuni nomi, i siciliani Tasca, Planeta, Cusumano, Fittiato, Milazzo, Fazio, Rizzuto e i produttori del Nord Mezzacorona (cantina europea dell’anno per il 2009, per il “Wine Star Awards”) e Zonin, che proprio in Sicilia hanno trovato terra fertile per prodotti di alta qualità.
Buone imprese, anche se soltanto esempi singoli, in assenza di un tessuto industriale diffuso. Ma comunque esempi solidi, in grado di reggere le traversie delle stagioni di crisi e guardare con un minimo di fiducia al futuro. Sono imprese che si sono affermate con la cultura della competizione e del mercato, abbastanza estranee rispetto alle cattive abitudini d’affidarsi alla dispersione assistenziale della spesa pubblica e ai favori politici, abituate a reggere il confronto sulla scena internazionale di una concorrenza sempre più selettiva, severa.
Imprese, d’altronde, in linea, per tipo di prodotto e modo di lavorare, con la tendenza di fondo che dovrebbe ispirare un po’ tutta l’industria manifatturiera, come attore di primo piano per uscire dalla grande crisi ancora in corso: la “green economy”. Un’economia, in altri termini, fondata sui valori della sostenibilità, sia ambientale che sociale. “Come industriali legati al territorio – sostiene Giacomo Rallo – abbiamo a cuore la salvaguardia dell’ambiente e la sua valorizzazione culturale. Fare vino vuol dire anche promuovere letteratura, sponsorizzando per esempio il premio “Giuseppe Tomasi di Lampedusa”, organizzare concerti, con predilezione per il jazz tanto caro a mia figlia Josè, stimolare attività sociali, come le iniziative per il microcredito, sull’esempio di Muhammad Yunus. Industria è cultura, del fare, e fare bene. Dare spazio a idee, creatività. Rafforzare le energie della comunità in cui viviamo. E proprio per la Sicilia, i prodotti di qualità, come il vino, sono uno strumento per diffondere, nel mondo, le attitudini dei siciliani migliori ma anche attirare, in Sicilia, turismo di alto livello, colto, rispettoso”. Un gioco vincente. Nella speranza che, prima o poi, aumentino anche i giocatori.
Antonio Calabrò
© Harvard Business Review Italia, 2 Aprile 2010 www.hbritalia.it/