C’è chirurgo e chirurgo

Pubblicato 03-04-2010 da Antonio Calabrò in Bartleby

da “Bartleby, preferirei di no” di Antonio Calabrò – 25/02/2004

Bartleby, preferirei di noSi chiamavano Alessandro Ricchi e Antonio Carta. Facevano i cardiochirurghi. E si sono schiantati con il loro aereo, insieme a un tecnico e tre membri dell’equipaggio, mentre volavano veloci verso Cagliari, per trapiantare un cuore. Bartleby, uomo di parole, ha guardato attentamente i giornali, mercoledì mattina, come ogni giorno. Ed è stato molto colpito da una coincidenza.

Perché sulle prime pagine, accanto alle notizie sul disastro aereo e sulla morte dell’”equipe dei trapianti”, c’erano gli echi delle polemiche su “Bisturi”, la trasmissione Tv sulla chirurgia estetica. Chirurghi gli uni. Chirurghi gli altri. Per identità di laurea. Di definizione professionale generale. Di utilizzo delle tecniche mediche. Di giuramento deontologico formale. E nulla più.

Ricchi e Carta da anni facevano il loro lavoro con passione e competenza. Curavano una malattia, un cuore infermo. Salvavano vite. A rischio della loro. Facile e persino un po’ retorico oggi, dopo il disastro, definirli eroi. Bartleby preferisce rifarsi alle parole usate da Giovanni Raboni sul “Corriere della Sera” che, prendendo a prestito una frase di Charles Péguy, ha scritto del “mestiere di uomo”. Un mestiere carico di senso: impegno personale, scrupolo professionale, responsabilità. E, perché no? Quell’attenzione solerte dell’uomo per l’altro uomo che soffre che costituisce l’essenza stessa della condizione umana.

Poi, c’è “Bisturi”. Gli interventi di chirurgia estetica in Tv, per rifare un seno, dare forma a delle orecchie imperfette, raddrizzare o rimpicciolire un naso, gonfiare le labbra da diva sexy, far dimagrire per liposuzione l’una o l’altra parte del corpo. Un trionfo dell’apparenza e della vanità, un esercizio straordinario di pessimo gusto, una cattiva lezione sulla prevalenza dell’apparire sull’essere.

Bartleby non vuol parlare ancora a lungo dell’etica d’una Tv ridotta alla sua dimensione peggiore di “cattiva maestra”. Solo fare rimarcare le differenze tra un modo e l’altro di esercitare il mestiere di uomo e la professione di medico. E sollecitare, ai suoi lettori, una riflessione e un giudizio.

Per vivere, c’è bisogno di puntare su valori forti, su solide basi morali. E di avere figure con cui confrontarsi, con cui identificarsi. Bartleby sa bene quanto siano importanti, soprattutto per le giovani generazioni, i modelli sociali positivi, le costruzioni etiche d’identità. E quanto sia essenziale imparare a distinguere, a giudicare, a esercitare il severo metodo della sanzione sociale (il giudizio di valore su gesti, comportamenti, scelte).

I medici che fanno bene il loro “mestiere di uomini” possono fare da esempio, siano cardiochirurghi o chirurghi plastici (ben altro esercizio rispetto alla chirurgia estetica), medici del pronto soccorso o specialisti nella cura dei tumori o nell’alleviare la pur semplice sofferenza d’un bambino o d’un anziano. I medici della serie tv “ER” o il più prosaico e quotidiano “Medico in famiglia” di Rai Uno ne hanno offerto un esempio, popolare e positivo (riprova che c’è anche una Tv non becera né volgare). D’altri, ben diversi modi di intendere professione e responsabilità, di diversi usi del “bisturi”, Bartleby non vuol dire, adesso, nulla che non sia il suo solito “preferirei di no”.

Antonio Calabrò
25/02/2004

L'autore: Antonio Calabrò

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Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, nato a Patti (Messina) nel 1950, vive e lavora a Milano e Roma. Attualmente è Direttore "Corporate Culture" del gruppo Pirelli e Direttore della Fondazione Pirelli. Precedentemente è stato Direttore Affari Istituzionali e Relazioni esterne di Pirelli & C., ha diretto l’agenzia di Stampa Apcom, è stato editorialista economico de “La7”, direttore editoriale del gruppo Il Sole 24 Ore e vice-direttore del quotidiano. Ha lavorato a La Repubblica, Il Mondo e L’Ora, ha diretto il settimanale Lettera Finanziaria e il mensile Ventiquattro. E' membro del Consiglio di Presidenza di Assolombarda, con la responsabilità per la Cultura d'impresa e la Sostenibilità. Fa parte del consiglio di amministrazione di Nomisma e dei board di numerose società e Fondazioni. Insegna all’Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano. Ha scritto e curato parecchi volumi, tra cui "Cuore di cactus", "Orgoglio industriale", "Intervista ai capitalisti", "Agnelli, una storia italiana" e "Dissensi - Sulle orme di Bartleby".

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