Lavorare piace, annuncia Alain de Botton, scrittore originale di nascita svizzera, formazione inglese (ha studiato a Cambridge) e attitudine ad analizzare i fenomeni della nostra contemporaneità con piglio trasversale (l’economia, ma anche la buona conoscenza di Proust, la filosofia, l’architettura e l’indagine psicologica sui moti dell’animo di una ragazza).
Perché piace? Per spiegarlo, de Botton si mette in viaggio e racconta movimenti di navi cariche di merci e attività di interporti lungo il Tamigi, fabbriche alimentari nella periferia londinese (biscotti al sapore di gambero, snack da forno al cioccolato per alleviare la solitudine di migliaia di desperate housewives), imprese elettriche, botteghe di inventori di scarpe per camminare sull’acqua e di sistemi anti-crash per motocicli, hangar di rottami aerei e laboratori per la sicurezza di volo: insomma, i luoghi in cui si esercitano i lavori dei cui prodotti è intessuta la nostra quotidianità. Per dirla con le parole dell’autore, ecco “un’ode all’intelligenza, alla peculiarità, alla bellezza e all’orrore del lavoro moderno”. Frenesia, ma anche creatività. Pesantezza. Schiavitù produttivistica. E libertà.
I lavori moderni hanno molte forme, nomi specialistici (direttore regionale vendite, co- ordinatore della supervisione del brand, ingegnere del reparto costruzioni aerodinamiche), caratteristiche di estrema parcellizzazione. E spesso non danno affatto il senso del processo generale per cui la fatica umana e le tecnologie sempre più sofisticate sfornano prodotti e servizi che sono usuali nella nostra vita comune, ma la cui realizzazione investe questioni di estrema complessità (chi si è mai posto, per esempio, il problema di conoscere il processo produttivo di un dentifricio, con componenti che vengono da mezzo mondo e competenze che vanno dalla chimica alla logistica, dalla scienza dei materiali per il packaging, alla più sofisticata psicologia dei desideri?). De Botton “guarda dentro” i processi del fare, con atteggiamento disincantato ma sempre comunque partecipe, scanzonato e irriverente, ma mai sarcastico. Industria e commerci globali intessono la nostra modernità. Meglio capirne rapporti e significati, e andare alla radice del senso.
Accantonati sia Aristotele (con l’insanabile incompatibilità tra gratificazione e attività retribuita, tra fatica fisica e felicità del godimento artistico e speculativo, degno degli uomini superiori) sia soprattutto la sua cupa interpretazione da parte dell’antica cristianità – secondo cui “le miserie del lavoro rappresentano l’adeguata e ineliminabile espiazione per i peccati di Adamo” – de Botton riprende in mano l’Enciclopédie di Diderot e d’Alembert, con gli articoli dedicati ai mestieri e alle tecniche produttive, “un inno alla libertà del lavoro”, e ne riporta un passo essenziale: “Le arti liberali si sono celebrate anche troppo da sé. Ora potrebbero levare la voce residua per celebrare le arti meccaniche. Spetta alle arti liberali riscattare le arti meccaniche dall’avvilimento in cui i pregiudizi le hanno mantenute tanto a lungo”.
Forte di questa indicazione, di così elevata responsabilità, il viaggio di de Botton si snoda tra fabbriche e centri commerciali, laboratori, magazzini, studi di marketing e sedi universitarie, impianti e uffici. Tecnologie seriali e innovative intelligenze creative. Fatica della ripetizione di gesti e atti inconsueti attorno a cui intessere nuovi processi, nuovi prodotti. Non è un’ode alla produttività in quanto tale, ma un’intelligente ricostruzione dei mille modi in cui si articola il lavorare e un riconoscimento all’impegno di chi, anche nelle condizioni più difficili e alienanti, cerca di trovare il motivo di quello che fa, la rispondenza a un progetto di affermazione di dignità.
C’è la consapevolezza della complessità nei luoghi della produzione: “In queste società ci troviamo esposti a crisi di senso mentre, davanti al computer sulla nostra scrivania o ai nostri magazzini rileviamo con disperazione a basso voltaggio l’assurdità delle nostre azioni, rendendo al contempo onore all’opulenza materiale che ne deriva e sapendo che quel che può sembrare un gioco infantile non è mai molto lontano dal- la lotta per la sopravvivenza. Tutte quelle idee sembravano starsene nascoste in una scatola di glutinosi Moments ricoperti di cioccolato inaspettatamente consolanti”.
Ma c’è anche la coscienza critica di come e quanto quel lavorare, in tutte le sue forme, risponda sì a bisogni di consumi e redditi, ma rivesta anche un’altra funzione, più essenziale: partecipare a un processo sociale che crea ricchezza ed esprime identità, funzioni, utilità sociale, valori.
Il lavoro, in un modo o nell’altro, torna in primo piano. E la conoscenza competente dei processi consente quella conoscenza di senso che dà sapore di sale alle nostre giornate. Api operose e dignitose, e dentro un alveare. Individualità da realizzare, e senso di comunità, nonostante tutto. Appunto, un gioco costruttivo, che spiega come, pure con l’infinita fatica del farlo, “lavorare piace”. Senza iattanza. Con l’indispensabile ironia. Si possono approfondire queste riflessioni anche chiedendosi cosa voglia dire, oggi, un testo essenziale come l’articolo 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Ci provano sei scrittori: Andrea Camilleri, Ugo Cornia, Laura Pariani, Ermanno Rea, Francesco Recami e Fabio Stassi in Racconti sul lavoro. Racconti, non saggi d’economia. Letteratura di grande mano, non analisi sociologica. Ma proprio in tempi difficili e controversi la forma letteraria, la parola poetica, possono avere una capacità d’approndimento e di epifania che altre forme di testo non hanno. Le stesse pagine di Alain de Botton di cui abbiamo finora parlato hanno la cadenza del racconto di viaggio e il tono dell’opera letteraria. Ritratti, dettagli d’ambiente, giochi di metafora.
Veniamo dunque ai nostri sei scrittori editi da Sellerio. Nelle loro pagine si racconta l’angoscia della disoccupazione di Totò Cumbo, operaio cinquantenne di una fabbrica siciliana travolta dalla crisi; l’esperienza del laminatoio di uno studente che fa l’operaio per comprare un motorino; la vita agra dei contadini-operai delle montagne piemontesi (una straordinaria Pariani, interprete della durezza diversa subita da uomini e donne pendolari tra la fabbrica e la terra atavicamente ostile); le traversie di un immigrato polacco che nel lavoro da falegname ritrova fantasia e dignità (il biblico pregio del lavoro delle mani); l’ipocrita efficienza di un moderno ufficio postale; la malinconia di un capopesca che, nel cuore d’una tempesta, riscatta il valore del dominio del mare e della tradizionale, rischiosa pesca delle “tonnare” rispetto alla banalità dell’allevamento dei tonni.
La persona, con la sua umanità creatrice, torna al centro del lavorare, interpreta una “cultura del lavoro”. Non ci sono termini astratti, la flessibilità, la disoccupazione, i contrasti della nuova divisione del lavoro in tempi di globalizzazione, gli egoismi anacronistici delle “piccole patrie”. No, ci si muove sul terreno dell’anima, dei sentimenti, delle paure, del dolore. Ed è proprio la “cognizione del dolore” legata al lavoro perduto, frantumato, scomparso, sperato, riscoperto in forme nuove, che rende evidente uno dei valori affermati dall’articolo 1 della nostra Costituzione, vincolo di convivenza politica, sociale, civile: il lavoro come valore di dignità e di libertà, come strumento di crescita e di affermazione dell’individuo per se stesso e in relazione a una comunità. Ci sono luoghi in cui tanto parlare di valori e di importanza sociale del lavoro sembra, per opinione comune, non avere peso e rilevanza. I luoghi della pubblica amministrazione, abitati da 3,5 milioni di dipendenti, con un’incidenza del 50% circa sul PIL. Eppure, anche lì è necessario guardare in profondità per capire davvero come stanno le cose e scoprire mondi differenti, attitudini preziose, grandi pregi di persone in un contesto di mediocrità e scarsa responsabilità.
Lo fa con grande efficacia Giovanni Valotti, professore di management pubblico all’Università Bocconi di Milano, in Fannulloni si diventa, un saggio chiaro e brillante scritto sulla scorta di vent’anni di ricerca sui temi della pubblica amministrazione e di concreta verifica sul campo delle ipotesi di riforma.
La tesi è chiara fin dalla dedica del volume: “Ai dipendenti pubblici, quelli bravi, a volte vittime delle organizzazioni”. Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e i loro uomini di scorta, il professor Marco Biagi ma anche altri giudici, poliziotti, guardie carcerarie vittime della mafia e del terrorismo erano pubblici dipendenti: “e questi sono gli eroi”. “L’impiegato che ha accumulato 120 giorni di assenza in un anno è un dipendente pubblico, così come lo è quello che si fa timbrare il cartellino da un collega compiacente: e questi sono i fannulloni”.
Nel mezzo, tra eroi (pochi, comunque; ma sventurato quel paese che costringe chi lavora a essere eroe, morto) e fannulloni (tanti) ci sono tutti gli altri che lavorerebbero di più e meglio se le riforme della pubblica amministrazione fossero realizzate con severità e coerenza nel tempo e se fossero generalmente applicate le regole che chiedono efficienza, trasparenza, responsabilità e riconoscimento effettivo del merito. Qualcosa – documenta Valotti – è stato fatto. Molto resta da fare. A cominciare dalla volontà politica di dare autonomia reale alla pubblica amministrazione rispetto alle clientele e alle consuetudini del “voto di scambio” e delle carriere costruite per appartenenza politica e di clan, per acquiescenza, per adeguamento a formalismi che contrastano con una produttività vissuta nell’interesse della collettività.
Si torna, ancora una volta, ai temi del lavoro come valore, alla dignità del lavoro, alla questione chiave dei diritti e dei doveri della persona attraverso il lavoro. Non una sfida semplicemente produttiva, ma una grande questione morale.
Andrea Camilleri, Ugo Cornia, Laura Pariani, Ermanno Rea, Francesco Recami e Fabio Stassi, Articolo 1. Racconti sul lavoro, Sellerio Editore Palermo, 2009.
Giovanni Valotti, Fannulloni si diventa. Una cura per una burocrazia malata, Università Bocconi Editore, 2009.
Leggi l’articolo tratto da Aspenia 48, pgg. 247-250 in PDF
Antonio Calabrò
© Aspenia 48, marzo 2010 www.aspeninstitute.it