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Perché dobbiamo ringraziare Jayson Blair

Posted 08 mag 2004 — by Antonio Calabrò
Category Bartleby

da “Bartleby, preferirei di no” di Antonio Calabrò – 08/03/2004

Bartleby, preferirei di noBartleby, uomo di carta e di parole, crede sia giusto ringraziare di cuore Jayson Blair. Già, proprio quel Blair costretto a dimettersi nel maggio scorso dal “New York Times” dopo un’indagine interna che aveva dimostrato che più della metà dei suoi ultimi 73 articoli erano copiati o costruiti su fatti inventati di sana pianta. Un vero imbroglione, quel Blair.

Carrierista senza scupoli, cronista senza etica né senso di responsabilità, cinico esemplare dei guasti d’una cultura del successo inseguita ad ogni costo. Ma allora, perché ringraziarlo? Proprio per quel che è, per il fatto di mostrarci e continuare a dimostrarci come non si fa del buon giornalismo, attento ai fatti e rispettosi delle persone di cui si parla e si scrive. Jayson Blair ha fatto dei disastri, copiando, inventando o falsificando un’infinità di articoli, pubblicati su uno dei più autorevoli e conosciuti quotidiani degli Usa e del mondo. E adesso, fedele al mito del successo nel mondo della comunicazione esasperata (“non importa che se ne parli bene o male, purché se ne parli”) rilancia il suo gioco e la sua immagine, dando alle stampe un libro che ha come titolo “Burning down my master house” (che significa più o meno “incendiando la mia casa madre”) e che ha rapidamente conquistato la classifica dei volumi più venduti su Amazon.com. Nel libro Blair non si scusa affatto. Ma attacca pesantemente. Racconta con improntitudine di aver mentito, prende in giro capiredattori e membri dello staff di direzione che gli avevano creduto (e che, dopo l’esplosione dello scandalo si sono dimessi) e descrive la redazione del “New York Times” come un posto di scandalosi carrieristi disposti a tutto, di abituali consumatori di cocaina, di reporter inclini a portarsi a letto signore (o signori) delle pr dando in cambio una citazione dei loro clienti in un articolo. Non giornalismo. Ma suburra.

Blair non risparmia i colpi bassi. E chi lo legge, naturalmente, non può non chiedersi se le sue affermazioni sul quotidiano in cui lavorava e le sue rivelazioni sugli usi e i costumi (e consumi) d’una redazione che incarna parecchi dei miti del giornalismo contemporaneo siano verità o, come le precedenti notizie di Blair, calunnie e patacche. Ma quel che è scritto resta e, a parte le azioni giudiziarie che il “New York Times” intenterà a difesa della sua storia e del suo buon nome, costringe a riflettere lettori e giornalisti stessi su come sia fatto, oggi, il giornalismo e a quali valori si ispiri.

Bartleby sa bene che il giornalismo non è affatto un mestiere di santi, né lo era nel suo pur non recente passato. E per averne riprova, consiglia di rileggere il “Bel Ami” di Guy de Maupassant (un giovinastro che diventa, per matrimonio, direttore d’un giornale, un affarista e ricattatore senza scrupoli) e “L’inviato” di Evelyn Waugh (un superficiale ignorante che viene spedito da un’autorevole giornale inglese a seguire e raccontare le guerre in Africa, prototipo dei giornalisti la cui prosopopea e la cui arroganza intellettuale sono pari all’ignoranza e al disprezzo dei fatti e della verità). Letteratura? Tutt’altro. La lettura degli organi di informazione, di figure simili, ce ne nostra ancora oggi parecchie, sino – appunto – al caso Blair. Ma, insiste Bartleby, il giornalismo non coincide né con Bel Ami né con Blair.

Sempre per restare nel mondo dei libri, ecco che Feltrinelli rimanda in libreria, in edizione economica, le cronache di Ryszard Kapuscinsky, straordinario giornalista polacco che ha raccontato i drammi e le rivolte dell’Africa, le rivoluzioni dell’Iran, il declino dell’impero sovietico e i sussulti e le speranze dell’America latina, andando, guardando, cercando di capire e raccontando, con estrema onestà intellettuale e solido impegno morale (“il cinico – ama dire – non è adatto a questo mestiere”). E anche se si sfogliano i giornali italiani, di bravi, onesti giornalisti si può fare un lungo elenco (dagli inviati di gran nome come Bernardo Valli ed Ettore Mo ai giovani cronisti che raccontano con scrupolo e intelligenza il nostro difficile paese). Jayson Blair esiste, insomma. E rappresenta quel che può diventare il giornalismo se perde il contatto con il senso profondo del mestiere, con il dovere della responsabilità dell’informazione. Ma non tutto è Blair, canaglia esemplare (per dirla con le parole d’uno straordinario poeta e giornalista) di “ciò che non siamo e ciò che non vogliamo”.

Antonio Calabrò
08/03/2004