da “Bartleby, preferirei di no” di Antonio Calabrò – 15/03/2004
C’è una parola che non piace a nessuno sentire pronunciare: declino. Eppure è proprio con questo rischio che devono imparare a fare sempre più i conti buona parte dei Paesi europei. Italia compresa, naturalmente.
I francesi, da parecchi mesi oramai, hanno deciso di porsi spregiudicatamente il problema. E sui giornali il dibattito coinvolge uomini della politica, della cultura e dell’impresa. Con severa sincerità. Perdono colpi le superbe amministrazioni dello Stato, le università di massa e perfino quelle d’eccellenza (dove ferve il dibattito sul se e come facilitare l’ammissione degli studenti che provengono non solo dalle famiglie d’élite ma anche dai licei della periferia, dal “Sud sociale” della Francia). E avvertono i segni della crisi anche le industrie in caduta di competitività, le istituzioni stesse in cui si riconosce lo spirito francese, che danno corpo all’identità della nazione.
Qui in Italia la discussione, piuttosto che guardare alla storia e ai più profondi segni del tempo, si è subito politicizzata, con toni accesi da campagna elettorale: il declino è colpa delle disillusioni per l’incapacità di guida e di riforma del governo Berlusconi oppure dipende dalle spinte conservatrici, ostili al rinnovamento e alle riforme stesse e che trovano ampio spazio nella cultura e nella pratica politica del centro-sinistra, protettore di sindacati e corporazioni (dai magistrati ai professori). Bartleby non ama i confronti politici semplicistici, le attribuzioni di responsabilità manichee, la politica intepretata e praticata a colpi di spadone, dimenticandone la naturale complessità. “Preferirei di no”, obiettiva a chi pretende giudizi sommari, come se il confronto politico fosse una partita di calcio o un incontro di boxe.
Il declino viene da lontano, dunque. Dal mancato adeguamento della politica e dell’economia e delle stesse istituzioni della rappresentanza politica, del governo e dell’amministrazione alle trasformazioni imposte dal mondo globale. Dalle riforme mai fatte. Dalle contraddizioni tra le scelte da compiere (l’innovazione, l’uso delle tecnologie, la formazione, il nuovo sistema del “welfare”) e gli atti decisi dalla politica e dalle imprese. C’è bisogno di “governance”, nel mondo aperto e conflittuale (di regole, scelte, cultura delle mediazioni e delle decisioni). Abbiamo avuto dei governi di corto respiro.
C’è un circolo virtuoso, che può rimettere in moto l’Europa e soprattutto l’Italia, la più debole e fragile nei processi di crescita: quello tra formazione, ricerca, innovazione, trasferimento tecnologico. Ne parlano in tanti. Se ne occupano coerentemente in pochi, facendo le scelte conseguenti. I governi d’Europa e la Commissione di Bruxelles hanno posto, formalmente, l’innovazione tra le priorità, con un patto firmato a Lisbona e che impegna tutti i paesi della Ue a investire massicciamente in ricerca e sviluppo (il 3% del Pil, entro il 2010) per cercare di recuperare il gap con i paesi più innovativi e competitivi. Ne siamo tutti ancora lontani. In Italia, più che altrove.
Lo Stato, come ben si sa, investe poco nella ricerca pubblica di base e nella modernizzazione della pubblica amministrazione (che dovrebbe fare da stimolo, da committenza che trascina tutto il sistema delle imprese). Le regioni (cui è stata decentrata gran parte della ricerca applicata in rapporto alle imprese) si muovono in modo molto difforme (bene l’Emilia, della Sicilia e della Calabria non parliamone affatto). E investono poco le imprese stesse. La riforma del Cnr (il Consiglio nazionale delle ricerche) è stata finalmente avviata, tra enormi resistenze ma darà frutti lentamente, nel tempo. La bilancia tecnologica ci vede in disavanzo. E né le nostre università né le nostre imprese sono in condizione di attrarre talenti da altre parti del mondo: nella contesa internazionale degli ingegneri, dei matematici e dei tecnici hi tech indiani (tra i migliori del mondo) non partecipiamo nemmeno alla gara.
Adesso Bartleby legge di grandi polemiche sulla riforma della scuola impostata dal ministro Letizia Moratti. Molto sugli schieramenti politici. E poco sul merito. Eppure di merito bisognerebbe parlare. Di qualità dell’insegnamento (con meccanismi realmente premianti per i professori migliori). Di talenti da fare crescere. Di competizione tra risorse umane e di efficace applicazione del diritto allo studio per i migliori e i più meritevoli (il che vuol dire ripensare tutto il sistema del welfare State). Un recente sondaggio Demos-Explorer rivela che l’ampia maggioranza delle famiglie italiane ha ancora “fiducia” nella scuola pubblica. E questo per Bartleby è davvero un buon segno (scuola pubblica vuol dire insegnamento aperto, mancanza di discriminazioni, attribuzione della responsabilità formativa di base a istituzioni che tutti avvertiamo come appartenenti a noi tutti). Ma ciò non vuol dire che la scuola funzioni come dovrebbe, non solo e non tanto rispetto al rapporto con il mercato del lavoro (importante, ma non primario: la formazione deve essere più generale del semplice riferimento all’attività produttiva, nell’interesse stesso del miglioramento di fondo della produttività e della creazione della ricchezza di un Paese). Ma rispetto alla trasmissione di culture e valori, alla formazione essenziale della persona, al piacere della conoscenza. E dunque all’innesco dei meccanismi di fondo di uno sviluppo che non coincida con la semplice crescita dell’economia nel breve periodo.
Il discorso torna dunque al circolo virtuoso tra formazione, ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico alle imprese e alla pubblica amministrazione. Potrebbe essere questa, la priorità di fondo del sistema-Paese, su cui investire massicciamente, con coraggio e lungimiranza. Proprio per evitare il declino. Purtroppo, sinora, siamo ancora quasi solo alle buone intenzioni.