da “Bartleby, preferirei di no” di Antonio Calabrò – 20/03/2004
La “disillusione”. Dopo “l’insicurezza”. E “l’incertezza”. Il “disincanto”. La “crisi di fiducia”. I timori del “declino”. Chi analizza i sentimenti di fondo della società italiana nota almeno da un paio d’anni il prevalere di orientamenti negativi, di percezioni d’allarme sul futuro. Sulle preoccupazioni incidono, naturalmente, i fatti di cronaca (le violenze di un terrorismo internazionale che minacciano la vita quotidiana di ognuno di noi) e le conseguenze di una situazione economica di stagnazione che, soprattutto in Italia, hanno nettamente ridotto il potere d’acquisto di milioni di persone e di famiglie, con l’aggravio degli scandali finanziari che hanno falcidiato risparmi e piccoli patrimoni. Ma a determinare le caratteristiche di quella che potremmo chiamare “la stagione del nostro scontento” concorrono altri elementi, altre paure molto più di fondo. Bartleby legge la crisi. E sa che non basta un “preferirei di no” per esorcizzarla.
S’è rotto, infatti, un meccanismo sociale costruito nel corso dei decenni, fondato sulla certezza che le generazioni future sarebbero state meglio delle generazioni presenti, in termini di ricchezza, istruzione, crescita sociale, sicurezza, ampiezza delle prospettive d’affermazione, sia personali che generali. Ed è dunque entrata in crisi quella condizione di “fiducia nel futuro” che, come insegna John Maynard Keynes, fa da molla dello sviluppo. Le “aspettative di lungo periodo”, da positive, sono diventate negative. Da qui, appunto, la “disillusione”. E l’orizzonte cupo che intravediamo per il nostro futuro.
La conferma viene da un sondaggio appena realizzato da Ipsos per l’agenzia di stampa Apcom sulle preoccupazioni degli italiani. La preoccupazione maggiore, per il 36% degli intervistati, riguarda infatti “il futuro dei figli, dei giovani”, subito seguita, ma a distanza (27%) dalla salute e poi dalla mancanza di lavoro o dal rischio di perderlo (15%), dal degrado ambientale (10%), dalla sicurezza per la propria vecchiaia (8%) e infine, in coda, dalla possibilità di risparmiare, con il 2% appena della risposte (un dato che può essere spiegato anche con la presa d’atto che risparmiare, per moltissime persone, è oramai da tempo impossibile o comprendendo i timori legati al risparmio nella più generale preoccupazione per i propri figli, verso i quali destiniamo gran parte dei nostri redditi e, appunto, del nostro risparmio).
A guardare meglio i dati, si scopre che nelle fasce d’età dai 46 ai 60 anni (quando si hanno cioè figli in età di lavoro) i timori sul futuro delle giovani generazioni riguardano il 45% degli intervistati, cioè quasi un italiano su due. E che ne sono soprattutto interessati i ceti medi che vivono di reddito da impiego (un reddito basso e scarsamente flessibile), le casalinghe e gli abitanti delle regioni del Sud (dove ci sono elementi di mobilità sociale e di ricchezza minori che nel resto del Paese. Del tutto coerentemente, la preoccupazione dei più giovani e degli studenti, intervistati da Ipsos per Apcom, è quella di non trovare lavoro (un allarme diffuso soprattutto nel centro-sud e nelle grandi città).
Gli italiani che per molto tempo avevano creduto nel loro futuro (tendenza di lungo periodo, dalla ricostruzione postbellica della seconda metà degli anni 40 al boom della fine degli anni 50, dagli anni 60 del primo benessere e dei consumi di base diffusi alle grandi redistribuzioni di reddito degli anni 70, dagli anni 80 “da bere” agli anni 90 delle riforme dei conti pubblici e della rincorsa, vittoriosa, dei parametri di solidità economica e finanziaria per entrare in Europa e far parte dell’area forte dell’euro).
Adesso, invece, da qualche tempo, il ciclo delle “aspettative positive di lungo termine” s’è invertito. E la sfiducia predomina. Commenta Nando Pagnoncelli, responsabile dell’Ipsos: “Il sondaggio Apcom – Ipsos evidenzia il rovesciamento di un sentimento diffuso e profondamente radicato tra gli italiani, rappresentato dall’aspettativa che le generazioni che ci seguiranno vivranno meglio di noi grazie alla mobilità sociale, a un maggior benessere e alla miglior qualità della vita. Oggi la sfiducia che pervade il nostro paese è determinata soprattutto dalla precarietà delle condizioni future dei nostri figli che mette a repentaglio le loro condizioni di vita ma anche le nostre. Lo scenario paventato da quasi un individuo su 2 tra i 45 e 60 anni, appunto, è quello di una terza età che oltre ai propri problemi (salute, reddito) continua a farsi carico dei propri figli, intaccando il mito della “vecchiaia serena””.
Eccolo, il punto: la somma delle insicurezze per sé e per i propri figli. Le ombre sul futuro. La percezione di una fatica di lungo periodo. La “disillusione” per le riforme non fatte, per i mancati investimenti sul futuro, per le scelte poco lungimiranti sul welfare State, sul mercato del lavoro, sulle molle dello sviluppo (la formazione, la ricerca, l’innovazione, l’uso positivo delle tecnologie, etc.).
Non si tratta di una crisi di breve periodo, ma di un radicato orientamento di fondo. Cui rimediare con una strategia politica e sociale di riforme e di speranze. Per avere conferma d’un tale giudizio, basta riprendere in mano il sondaggio Apcom-Ipsos: la stragrande maggioranza (74%) degli intervistati chiede interventi soprattutto al “pubblico” e cioè ai decisori politici e ai responsabili delle istituzioni. Non si tratta di un affidamento di sapore assistenziale o di uno scarico di responsabilità (tendenze comunque presenti nella storia della società italiana e ancor oggi parzialmente avvertite). Ma di un bisogno più generale di sicurezza. E di una voglia di speranza, non solo personale, ma collettiva. Da questo punto di vista, dal sondaggio emerge una indicazione importante. Cui la politica, se vuol meritare dignità e primato, deve saper rispondere. Gli italiani – Bartleby lo sa – si stanno facendo carico di un difficile presente. Vorrebbero poter confidare in chi ha responsabilità di indicare un futuro, al di là delle paure, delle speranze e delle illusioni chiuse nei confini delle nostre case.