da “Bartleby, preferirei di no” di Antonio Calabrò – 13/02/2004
“Processo alle banche”, titola in copertina il settimanale “Il Mondo”, notando come stia “crollando la fiducia dei risparmiatori verso i signori del credito”. L’Isae conferma con autorevolezza che quella fiducia, già scossa da una lunga serie di crisi finanziarie e industriali, adesso s’è ridotta ancora: di manica stretta con le piccole imprese, con le famiglie e con i consumatori, le banche si sono rivelate quanto meno disinvolte nei confronti di Cirio e Parmalat e dunque pagano con una crescente caduta di credibilità la crisi del rapporto tra credito e società civile. Bartleby, scrivano attento agli umori diffusi tra i cittadini comuni ma anche consapevole delle conseguenze più generali d’una simile crisi di fiducia, guarda all’involuzione delle cose e scuote preoccupato la testa: “Preferirei di no”.
Senza fiducia, come capisce bene chiunque anche senza avere letto Keynes, non c’è sviluppo economico che tenga. Senza aspettative positive, ristagnano investimenti e consumi. Senza banche solide ed efficienti – val la pena aggiungere – non c’è crescita possibile se non nella misura minima consentita dall’autofinanziamento. Nell’interesse del sistema-Italia nel suo complesso, alle banche tocca ricostituire il patrimonio di fiducia (giocando su trasparenza, efficienza, servizio di qualità offerto a risparmiatori, imprese e investitori e dunque costruendo o meglio ancora ricostruendo un “volto amico”). E agli attori politici e sociali tocca ripensare il proprio ruolo in rapporto al mondo del credito nel suo complesso.
Per dirla in modo semplice, Bartleby sa bene che il tiro al bersaglio contro le banche non serve proprio a nessuno. Il “qualunquismo finanziario” non paga. E i danni finiscono per pesare sulle spalle dello stesso sistema delle imprese, che vanno difese, sì, ma non schierate in un’improbabile battaglia industria contro banche da cui tutti possono solo uscire con le ossa rotte. Gli istituti di credito hanno sicuramente fatto grandi errori (cui rimediare) ma non sono la fonte prima delle distorsioni della finanza e dell’economia. Hanno responsabilità pesanti nei casi Cirio e Parmalat (ma da accertare in dettaglio, istituto per istituto, senza generalizzazioni né polveroni). Non sono sufficientemente efficaci come strumenti di sviluppo. Ma rappresentano pur sempre uno dei settori che più rapidamente si sono modernizzati e aperti al mercato nell’arco dell’ultimo decennio in Italia.
C’è un clima pesante, insomma. Che va rasserenato. Non aiutano, in questo senso, le stesse norme preparate dal Governo nel disegno di legge sulla tutela del risparmio. Buone, le intenzioni. Ma sbagliati alcuni strumenti. Come per esempio l’inasprimento delle sanzioni penali a carico di tutto il consiglio d’amministrazione di un istituto di credito per concessioni e ampliamenti dei fidi e l’ombra d’un reato come la “bancarotta preferenziale”. Il rischio d’una norma generica e rigida, infatti, potrebbe pur essere quello di spingere i banchieri a non esercitare alcuna discrezionalità nella concessione dei crediti (discrezionalità e lungimiranza che distinguono un banchiere da un burocrate del credito) e dunque di strozzare, nei fatti, la stessa concessione del credito alle imprese.
In tempi di crescita economica stagnante, dopo una lunga stagione di sostanziale recessione, al sistema-Italia non servono affatto banchieri intimoriti, intimiditi dalle polemiche generalizzate e messi nell’angolo da rigidità normative. Sono necessari, semmai, veri e propri imprenditori del credito, che siano capaci di scegliere e selezionare le imprese cui fare credito sulla base non solo delle garanzie reali, ma delle effettive capacità di sviluppo. Banchieri coraggiosi ma non avventurieri. E consulenti, non cattivi consiglieri. Nulla di tutto questo sarà possibile senza ritrovare la strada della fiducia. E su quella strada non ci camminerà se non finirà la “caccia alle banche”. Altrimenti saranno proprio le piccole e medie imprese, gli artigiani, i nuovi imprenditori più giovani e meno patrimonialmente garantiti a soffrirne di più. E la crescita economica italiana ne risentirà, con un’Italia che resterà ai margini della già lenta crescita europea.