A dirla così (“un’attenzione particolare per chi attende da anni una casa e vive e lavora in questa regione”) non ci sarebbe in fin dei conti nulla di strano. Il guaio è che il nuovo regolamento approvato nei giorni scorsi dal Consiglio della Regione Lombardia per l’assegnazione delle case popolari innanzitutto a chi ha la residenza lombarda ha come retroterra una lunga e tenace battaglia della Lega per privilegiare i lombardi e mettere in coda chi lombardo non è, italiano di altre regioni o extracomunitario che sia.
Ed è proprio questo retroterra politico a dare al provvedimento un fastidioso, insopportabile sapore razzista. Bartleby, scrivano sensibile al complesso delle regole e dei diritti (non solo quelli formali delle norme e dei regolamenti, ma quelli sostanziali della condizione umana), non può che ripetere anche stavolta la sua frase preferita: “Preferirei di no”.
Nessuno, naturalmente, ha voglia di fare un processo pregiudiziale alle intenzioni della maggioranza di centro-destra della Regione. E non possono neppure essere escluse per principio scelte in buona fede di alcuni dei suoi consiglieri. Il guaio è che ogni testo va considerato nel contesto in cui si inserisce e che ogni norma va letta anche alla luce dei criteri, giuridici e politici, che l’hanno ispirata. E da questo punto di vista Bartleby, attento lettore delle cronache (proclami sull’identità lombarda, polemiche contro gli immigrati, vere e proprie campagne contro “chi arriva a rubare il nostro lavoro e le nostre case”, etc.) non può avere alcun dubbio: l’intento discriminatorio è netto, la fastidiosa classificazione del cittadino non come persona ma come individuo che per nascita o residenza ha più diritti di un altro pone problemi sia etici che giuridici che nessuna persona di buon senso può buttarsi alle spalle.
La Lega (o almeno parecchi dei suoi esponenti di primo piano, mai messi davvero a tacere dai loro leader e dunque accettati o addirittura autorizzati) ha animato l’universo politico italiano di frasi becere (sparare agli immigrati come leprotti…) e intenzioni razziste ignobili. Con il regolamento “padano” per le case popolari si fa un passo in più, dal baccano d’osteria alle scelte formali d’una istituzione. E si apre la strada a un allarmante deriva verso altre esclusioni, altre discriminazioni.
La residenza in un luogo è un fatto identitario (risultato di una scelta libera, quando libertà di scegliere c’è) ma anche un elemento funzionale. E la ricchezza storica di Milano e della Lombardia non è mai stata nelle logiche della chiusura e della protezione, ma in quella dell’accoglienza e dell’integrazione. Una società che si chiude e celebra inventate padanità o esasperate e distorte milanesità è una società fragile e povera, gretta e incapace di sviluppo. E la stessa rivendicazione dell’appartenenza a un luogo, alla sua memoria, alla sua storia ha un senso compiuto se è un’appartenenza aperta, capace di confronto, pronta ad arricchirsi di nuove relazioni.
Ma c’è un’altra considerazione su cui Bartleby non ha voglia di soprassedere. Le case popolari, alloggi sicuri a basso prezzo, sono uno strumento del “welfare”, un sostegno per le persone e per le famiglie in condizioni di forte disagio economico e sociale. Preferire la residenza all’indigenza, dare la casa a un milanese con un reddito più alto solo perché è milanese e non a un immigrato privo del privilegio della residenza è un atto di vera e propria inciviltà.
Milano e la Lombardia si riconosceranno in simili provvedimenti della Regione? Bartleby spera proprio di no. E ricorda che la Chiesa e la società civile milanese si sono sempre mosse in direzione diversa, tutt’altro che razzista: includendo e non escludendo, insistendo sui diritti dell’uomo e sui valori delle famiglia, tra i quali la residenza non è certo primaria. E oggi all’indifferenza o peggio ancora al degrado della sensibilità milanese Bartleby non vorrebbe davvero assistere.