La mafia c’è, ma non si fa vedere

Pubblicato 30-01-2004 da Antonio Calabrò in Bartleby

“Si allerta la tensione sui vertici di Cosa Nostra: il papa Michele Greco non è più sottoposto al carcere duro e Antonino Cinà, il medico dei boss, è stato liberato per buona condotta”. Bartleby legge con sgomento queste notizie sul quotidiano “La Stampa”, in una analisi di Francesco La Licata, cronista attentissimo delle storie mafiose e osservatore competente delle politiche statali di prevenzione e repressione nei confronti di Cosa Nostra e delle altra organizzazioni della criminalità organizzata. E non può non condividere l’allarme. Mano leggera dello Stato contro la mafia ? Bartleby è netto: “Preferirei di no”.

La mafia, infatti, è ancora attiva e presente, in Italia. Compie meno delitti clamorosi, cerca di non farsi notare, ha archiviato, almeno per ora, la stagione della violenza clamorosa e delle stragi. Ma non per questo è meno pericolosa. Leonardo Sciascia, profondo conoscitore della trama dei poteri politici e mafiosi, ammoniva: la mafia è più pericolosa quando non spara. Come adesso. E più volte, in tempi recenti, il Procuratore della Repubblica di Palermo, Pietro Grasso, non ha fatto mistero della sua preoccupazione: la mafia sta diventando “invisibile” e cioè traffica, fa affari, intimidisce, comanda, cerca di tessere nuove relazioni politiche e di potere, stravolge le normali attività della pubblica amministrazione e dell’economia ma in modo discreto. C’è, cercando di non farsi notare. Minaccia e preme, usa violenza, ma senza sangue. La guerra di mafia è finita da tempo, ma la mafia, seppur più debole, non è finita affatto. Tutt’altro. Nuovi boss hanno preso il posto dei vecchi, nuove ricchezze si accumulano. E Palermo, un po’ tutta la Sicilia ne soffrono.

Il guaio è che di questa mafia, presente, potente e silenziosa, quasi nessuno ha voglia di occuparsi. Alcuni uomini di cultura ne parlano, minoritari, a Palermo. Un centro studi intitolato a Pio La Torre (il dirigente del Pci assassinato dalla mafia nell’aprile del 1982) organizza un interessante convegno sui legami nazionali e internazionali della mafia. Pochi giornalisti ne scrivono. Pochi magistrati indagano. Il resto, è silenzio. Inquietante.

Dai poteri pubblici, arrivano segnali che non vanno in direzione di un chiaro impegno contro la mafia. Si alleggerisce il regime del “carcere duro”, ideato per impedire, giustamente, ai boss più pericolosi di avere contatti con l’esterno, di continuare a comandare sulle loro cosche e gestire i loro affari. Oltre sessanta boss hanno ottenuto un miglioramento delle condizioni di reclusione. Ma il “carcere duro” è fondamentale, contro la mafia. E attenuarlo non solo non favorisce prevenzione e repressione (che deve essere severissima, contro i mafiosi) ma dà alle cosche un segnale pericolosissimo di disimpegno e disattenzione dello Stato. Guai a sottovalutarla, la mafia. Guai a non tener conto della sua forza e della sua capacità di riorganizzarsi.

Nei giorni scorsi la sala operativa della Squadra Mobile della Questura di Palermo è stata intitolata al vicequestore Ninni Cassarà, assassinato dalla mafia nell’agosto del 1985. Un gesto importante, un riconoscimento significativo per uno dei “servitori dello Stato” uccisi per aver fatto il proprio dovere. Cassarà era un ottimo poliziotto. Serio, attento, preparato, perbene. Un investigatore apprezzato, in Italia e negli Usa (la collaborazione internazionale, voluta da magistrati di livello come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, era stata fondamentale per colpire la mafia negli anni Ottanta). Ricordarne l’attività e l’esempio, con quel nome sulla “sala operativa”, è un atto politico di peso. Purchè non sia solo un gesto retorico, una medaglia, un segno ufficiale, contraddetto poi dai comportamenti quotidiani, dalla disattenzione verso la nuova pericolosità della mafia, da un alleggerimento delle indagini per scarsa sensibilità politica e carenze di uomini e mezzi. Alla lotta antimafia, la retorica non serve. La coerenza politica e giudiziaria invece sì. E oggi di tale coerenza, d’un forte e severo impegno, si sente molto il bisogno.

Antonio Calabrò

L'autore: Antonio Calabrò

Antonio Calabrò Il blog di Antonio Calabrò - Segui Antonio Calabrò su Twitter - Facebook - LinkedIn

Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, nato a Patti (Messina) nel 1950, vive e lavora a Milano e Roma. Attualmente è Direttore "Corporate Culture" del gruppo Pirelli e Direttore della Fondazione Pirelli. Precedentemente è stato Direttore Affari Istituzionali e Relazioni esterne di Pirelli & C., ha diretto l’agenzia di Stampa Apcom, è stato editorialista economico de “La7”, direttore editoriale del gruppo Il Sole 24 Ore e vice-direttore del quotidiano. Ha lavorato a La Repubblica, Il Mondo e L’Ora, ha diretto il settimanale Lettera Finanziaria e il mensile Ventiquattro. E' membro del Consiglio di Presidenza di Assolombarda, con la responsabilità per la Cultura d'impresa e la Sostenibilità. Fa parte del consiglio di amministrazione di Nomisma e dei board di numerose società e Fondazioni. Insegna all’Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano. Ha scritto e curato parecchi volumi, tra cui "Cuore di cactus", "Orgoglio industriale", "Intervista ai capitalisti", "Agnelli, una storia italiana" e "Dissensi - Sulle orme di Bartleby".

Aggiungi il tuo commento